Il fondo di Mario Rusciano (pubblicato domenica scorso su il Corriere del Mezzogiorno CLICCA QUI) è l’occasione favorevole per chiarire il pensiero degli animatori del Movimento Politica Insieme nato intorno al Manifesto Zamagni.

È condivisibile l’analisi sulla crisi della Democrazia Parlamentare in Italia, ma per la chiarezza, che caratterizza tutta l’iniziativa di Politica Insieme, che «spicca» tra le tante oggi presenti, vanno approfonditi alcuni passaggi dell’articolo, che possono ingenerare confusione e conclusioni frettolose.

Innanzi tutto, non va confuso un Manifesto con un Programma politico. Un Manifesto è un appello ampio, avvolgente, esortativo: una chiamata a raccolta, che ovviamente presenta contenuti «generici» e largamente condivisibili. Il Programma politico è caratterizzato dalla concretezza della prassi politica: quello di Politica Insieme, sta scaturendo dal lavoro di 14 gruppi, iniziato a gennaio e continuato in piena pandemia fino a luglio e a cui hanno collaborato circa 400 persone qualificate, non necessariamente firmatarie del Manifesto. Sarà un elemento genuino e distintivo rispetto agli slogan programmatici, che vengono continuamente immessi nell’agone politico italiano. Sarà reso pubblico, come base concreta del nuovo Partito, nell’assemblea costitutiva dei primi di ottobre, dopo vari approfondimenti, anche delle numerose Associazioni, confessionali e laiche, che hanno aderito al Manifesto.

A ottobre si potrà avere un razionale, gradito e franco dibattito.

Nell’articolo, poi, si parla di «Partito Cattolico», pur se più volte vengono riportate le affermazioni di Zamagni, che escludono categoricamente un’azione politica di tal genere. Parlare, anche per brevità, di Partito «dei Cattolici» è un errore concettuale e storico e produce nell’immaginario collettivo un giudizio deviato verso il ricordo della Democrazia Cristiana, che fu un grande partito caratterizzato ed organizzato nell’aria confessionale, partito egemone per percentuali di voti, partito della Chiesa locale per appoggio territoriale, partito garantito dagli accordi di Jalta.

Oggi, a 70 anni dalla fondazione e a più di un quarto di secolo dalla sua fine, non c’è più nulla di questo e il Partito che si sta fondando non è niente di tutto questo nel bene e nel male. Si può, però, organizzare un Partito autonomo, antitetico agli estremismi. Va raccolta, con visione sturziana, una realtà interclassista, molto più ampia dell’area cattolica, sensu stricto, e le sue istanze di riscatto, morale e di autentico sviluppo: scuola, lavoro, salute, sviluppo ecologicamente sostenibili, nella prospettiva, anche, di una modifica proporzionalistica del sistema elettorale.

Un’altra considerazione riguarda i rapporti tra Cattolici democratici e Pd: intanto è un parlare, parziale e riduttivo, dell’area cristiana, purtroppo la diaspora ha portato ad uno sminuzzamento della stessa in tutte le direzioni. In questa decina d’anni, questo specifico «connubio» non è riuscito e non c’è nulla, che possa far immaginare in un mutamento, ma l’integrazione non è riuscita, di fatto, in nessun ambiente politico.

È la diaspora cattolica/cristiana, che non ha dato frutto. È la diaspora il punto centrale e critico del dramma: l’irrilevanza politica di un insegnamento, una tradizione, una cultura, che è nel Dna della Nazione italiana e dell’Europa. In democrazia contano le percentuali: l’impasto non c’è stato ed il lievito non era nella percentuale critica per funzionare e non ha funzionato: questo è il dato certo.

Essere in pochi in tanti partiti, vuol dire essere trascurati, nei partiti e nelle compagini governative. Questo è il motivo per tanti cattolici, delusi, per impinguare il più grosso partito italiano, quello dell’astensionismo e del loro disimpegno civile, oppressi dal sovranismo religioso e il populismo-qualunquismo sciatto delle sinistre, mentre altri soffrono la insoddisfazione depressiva di essersi imbarcati in scelte politiche di destra o di sinistra, senza sentirsi né di destra, né di sinistra.

Ora bisogna che gli Uomini di buona volontà possano cimentarsi in quella trasformazione della nostra società, così scetticamente accolta nell’articolo, insieme all’ambizione di fare partito «senza strumenti adeguati». La risposta allo scetticismo la fornisce, e da un pezzo oramai, Massimo Cacciari, che esprime il suo convincimento che l’area cristiana, per i suoi principi, abbia un valore aggiunto e qualificante per iniziare un’azione propositiva e promotrice. Quale può essere il valore aggiunto se non il perseguire un grande disegno, che per altri può essere un’utopia? Oggi, da noi, chi può, con onestà di cuore, cimentarsi in un tale disegno, se non gli Uomini e Donne di buona volontà, credenti in una fede religiosa o no, ma confidanti nella necessità di agire alla grande e, forse, questo può essere l’unica cosa, che accomuna la Dc della ricostruzione postbellica, e questo progetto di Politica Insieme. Oggi bisogna vivere e credere in quell’etica della responsabilità, che dette a Spinelli e ai suoi amici, in un confino gramo e tenebroso, circondati da morte e distruzione, l’utopia delle grandi idee, dell’Europa unita.

Alfonso Barbarisi

 

Pubblicato su il Corriere del Mezzogiorno