Nel mondo sempre più interconnesso e digitale, la parola “comunicazione” rischia di smarrire il suo significato più autentico: quello di essere un atto umano, un ponte tra persone, un servizio alla verità. È questo, in sintesi, il forte richiamo che Papa Leone ha rivolto ai partecipanti al Convegno “Etica e intelligenza artificiale per un nuovo umanesimo. I media al servizio della verità”, organizzato da RCS Academy, Corriere della Sera e dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede lo scorso 7 novembre. Nel suo messaggio, il Pontefice ha esortato comunicatori e giornalisti a non lasciarsi dominare dalla logica impersonale degli algoritmi: “Informare responsabilmente e mettere i vostri destinatari in condizione di valutare criticamente ogni cosa per distinguere i fatti dalle opinioni”, ha affermato il Papa.
Un invito che risuona come un appello urgente, soprattutto in un tempo in cui l’intelligenza artificiale tende a sostituirsi al discernimento umano, rischiando di ridurre la complessità del reale a una sequenza di dati e automatismi. Come ha ricordato anche il Prefetto del Dicastero, Paolo Ruffini, “non lasciate che la comunicazione diventi un sistema di algoritmi”: perché dietro ogni messaggio, c’è sempre una persona, una responsabilità, un’anima.
Dal rischio della “Torre di Babele” al discernimento critico
Il Papa ha poi messo in guardia contro “il sovraccarico di informazioni e il vuoto di sapienza”, in cui possono crescere nuove forme di disumanizzazione e di manipolazione. È un rischio concreto: nel vortice incessante dei social network, delle piattaforme e dei flussi di notizie, si moltiplicano le voci ma si affievolisce la capacità di comprensione. Senza una guida etica, la comunicazione può trasformarsi in un linguaggio confuso, simile a quella “Torre di Babele” che nella Bibbia rappresenta la pretesa dell’uomo di dominare tutto, dimenticando la dimensione spirituale e comunitaria. Ecco perché, per la Chiesa, comunicare non significa semplicemente “trasmettere” o “pubblicare”, ma condividere verità, ascolto, responsabilità. Ogni messaggio, ogni parola, dovrebbe nascere dal desiderio di servire l’uomo, non di manipolarlo o di sfruttarlo per fini di profitto o potere.
La visione della Chiesa: comunicare è condividere
Fin dai tempi in cui apparvero i primi strumenti di comunicazione di massa — la stampa, poi la radio, la televisione, Internet — la Chiesa ha sempre accompagnato questi passaggi con discernimento, riconoscendone le potenzialità ma anche i rischi. Già Pio XI e poi Pio XII avevano esortato a usare i mezzi di comunicazione come strumenti di elevazione culturale e spirituale. Con il Concilio Vaticano II, il decreto Inter Mirifica (1963) ha riconosciuto la comunicazione sociale come “una delle meravigliose invenzioni tecniche che contribuiscono al progresso umano”, ma ha anche ribadito la necessità di un uso morale e veritiero dei media. Negli anni successivi, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ribadito che il comunicatore cristiano deve essere “servitore della verità”, non spettatore né manipolatore.
Oggi, Papa Leone XIV raccoglie e rinnova questo patrimonio, applicandolo all’era dell’intelligenza artificiale. Per la Chiesa, l’IA non è un nemico, ma un dono da governare con sapienza. È uno strumento che può potenziare la conoscenza e il dialogo, ma solo se resta al servizio dell’uomo e della dignità della persona.
L’informazione: non merce ma bene comune
Ricordiamo innanzitutto a noi stessi che Comunicare, nel pensiero cristiano, è sempre un atto di relazione e di condivisione. Non può ridursi a un puro calcolo di visibilità, né tantomeno a un algoritmo o ad un click.
L’informazione non è una merce: è un bene comune, che implica responsabilità e libertà. Per questo, come ha ricordato Papa Leone, “occorre evitare che il profitto diventi l’unico criterio dell’agire mediatico”.
In un tempo in cui l’intelligenza artificiale promette efficienza ma rischia di svuotare il linguaggio della sua anima, il messaggio della Chiesa resta chiaro: solo la verità, cercata con onestà e comunicata con amore, può restituire senso alla parola e valore alla persona.
Etica e deontologia non sono limiti, ma le radici necessarie perché la comunicazione resti umana, libera e autentica e non diventi, per ideologia o per profitto, l’eco sterile di una nuova Babele digitale.
Michele Rutigliano