Il Cardinale apre Pierbattista Pizzaballa ha dovuto riprendere carta e penna per ricordare al mondo quel che succede nel Patriarcato latino di Gerusalemme, in particolare in Cisgiordania. Ma il ragionamento non può che essere esteso a Gaza e al Libano. C’è sofferenza per tutti senza che possa essere stilata una classifica. Ma la maggior parte di questa sofferenza è vissuta da chi è occupato. Anche in maniera bestiale e contraria a tutte le norme internazionali.
Le cifre su quel che Israele sta compiendo sono impressionanti. Migliaia i morti tra Cisgiordania e Libano centinaia di migliaia quelli che hanno perso casa. sotto l’ombrello di una tregua che è pura finzione.
Quello del Patriarca dei Latini è ovviamente un messaggio pastorale. E il Cardinale ci tiene a precisare che la sua lettera non è un’analisi politica bensì uno “strumento di discernimento” ( per la lettura integrale CLICCA QUI)
La crisi e la ricerca di parole vere
Pizzaballa rifiuta le “dichiarazioni di circostanza” e le analisi ripetitive. Sottolinea che la sofferenza del tempo presente esige parole autentiche, capaci di generare fiducia e non solo denuncia. Le analisi e le denunce restano necessarie, ma devono essere accompagnate da una domanda più radicale: “Cosa ci chiede il Signore in questo momento? Come vivere la fede cristiana dentro il conflitto?”
La Chiesa dentro il conflitto
Il Patriarca riconosce che il conflitto — politico, militare e spirituale — è ormai parte integrante della vita della Chiesa di Gerusalemme. Non è un momento da superare, ma il luogo stesso della missione cristiana. In una terra segnata da confini identitari e divisioni, i cristiani devono essere testimonianza visibile di un modo diverso di vivere la contesa, offrendo una lettura del tempo presente secondo la prospettiva del Vangelo.
Gerusalemme come icona spirituale
L’immagine guida della lettera è la città di Gerusalemme, simbolo di convivenza e relazione. Gerusalemme è il cuore geografico e spirituale della Chiesa locale, il luogo della Redenzione e dell’identità ecclesiale. La Chiesa di Gerusalemme è plurale e multiforme, radicata in un contesto arabo ma aperta a tutti i popoli. Il Patriarca la descrive come una Chiesa madre, che abbraccia le parrocchie di Giordania, Israele, Palestina, Cipro e le comunità di migranti e rifugiati.
Una lettera, dunque, non “politica” nel senso stretto, ma politica nel senso evangelico: riguarda il modo di essere cristiani nella polis, nella città reale e nella storia concreta. La Chiesa è chiamata a rimanere nella realtà, a servire, pregare, ascoltare, denunciare le ingiustizie e cercare la verità. Gerusalemme diventa così icona della Chiesa universale, chiamata a vivere la fede nella tensione tra la città terrena e la Gerusalemme celeste.
Conclusione: ciò che ci interroga tutti
Siamo tutti interrogati di fronte ad una tragedia dai costi altissimi, politici ed umani. I cristiani sono chiamati a non restare silenziosi. Alla preghiera ed alla speranza è necessario aggiungere una, mille, milioni di voci e assumere tutte quelle iniziative suggerite dal discernimento e dall’analisi di ciò che accade. E loro – come tutte le persone di buona volontà – devono insistere perché i politici e i responsabili di governo che li rappresentano assumano la più alta consapevolezza di una situazione che richiede l’espressione concreta di alcuni “no” che potrebbero farsi sentire e costringere ad una riflessione perché quello che accade non continui ad essere tollerato dal consesso internazionale.
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