Dopo otto anni di indagini e dibattiti, arriva la sentenza di primo grado per il crollo del Ponte Morandi di Genova. I giudici hanno riconosciuto le responsabilità della società privata che avrebbe dovuto garantire la manutenzione dell’infrastruttura, una negligenza che — forse — avrebbe potuto evitare la tragedia del 14 agosto 2018.
La vicenda è stata segnata da scaricabarile e ritardi, ma anche da una verità che emerge con forza: la ricerca del profitto ha prevalso sulla sicurezza pubblica. La giustizia, pur tardiva, restituisce almeno un segnale di responsabilità.
Resta però aperta la riflessione sui “mandanti morali” di questa storia: le privatizzazioni selvagge degli anni ’90, che hanno consegnato in mani private settori strategici come trasporti, energia e chimica. Autostrade per l’Italia, ceduta al gruppo Benetton nel 1999, è uno dei simboli di quella stagione in cui l’interesse collettivo è stato subordinato ad un presunto equilibrio di bilancio che è invece diventato arricchimento selvaggio di poche famiglie e di poche consorterie economiche e finanziarie.
A crollo avvenuto, quelle stesse autostrade – dopo aver assicurato ingenti profitti ai Benetton – sono state rivendute a Cassa Depositi e Prestiti per oltre otto miliardi di euro a fronte dei 2,5 pagati al momento dell’acquisizione.
La sentenza non cancella il dolore delle vittime, ma ricorda che la sicurezza non può essere trattata come una voce di costo. È un monito per il futuro e per chi ha in mente di fare tante nuove privatizzazioni: il profitto non può valere più della vita umana e degli interessi collettivi. E prima di pensare agli arricchimenti di pochi sarebbe opportuno occuparsi della vera tutela dei beni comuni.
Giancarlo Infante