Con le elezioni amministrative ancora in corso e le prossime politiche già all’orizzonte, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sembra voler chiedere agli italiani di firmare la “pagellina” dell’Istat.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istituto Nazionale di statistica, lo scorso 29 maggio 2026, l’occupazione è aumentata di circa 123 mila unità rispetto al mese precedente, mentre il tasso di occupazione è salito al 63,1%. Nello stesso periodo, la disoccupazione è scesa al 5,1%. Commentando i dati, Meloni ha parlato di un risultato storico: «non c’erano mai state così tante persone al lavoro nella nostra Nazione».
Il quadro generale, però, è più complesso di quanto suggerisca una semplice fotografia del mercato del lavoro. Sempre dall’Istat arrivano infatti elementi che aiutano a contestualizzare questi risultati. A maggio, l’inflazione è tornata ad accelerare, raggiungendo il 3,2% su base annua, contro il 2,7% registrato ad aprile. Secondo l’Unione Nazionale Consumatori, negli ultimi mesi gli aumenti hanno colpito soprattutto i trasporti (+5,2%) e le spese per la casa, l’energia e l’elettricità (+4,3%). In altre parole: più occupazione non significa necessariamente maggiore benessere.
Anche la composizione del mercato del lavoro racconta una storia diversa da quella celebrata nei comunicati ufficiali. Negli ultimi anni la crescita dell’occupazione si è concentrata soprattutto tra gli over 50 (+419 mila occupati), mentre si registra una diminuzione di circa 40 mila occupati tra gli under 25 e di circa 158 mila nella fascia compresa tra i 35 e i 49 anni. A questi numeri si aggiunge un fenomeno che continua a caratterizzare il Paese: l’emigrazione.
Secondo gli ultimi indicatori demografici dell’ISTAT, nel 2025 circa 109 mila cittadini italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero. Si tratta di un dato inferiore ai circa 156 mila registrati nel 2024, anno che aveva segnato uno dei livelli più elevati dell’ultimo decennio. È certamente una notizia positiva. Resta tuttavia una domanda difficile da ignorare: stiamo assistendo a un’inversione di tendenza oppure, semplicemente, ad una popolazione sempre più stremata economicamente che non può neanche permettersi di acquistare un biglietto d’aereo?
Questo mese
Mentre il governo sventola i dati dell’ISTAT, in molte piazze italiane i lavoratori sventolano bandiere sindacali e mostrano gli scontrini della spesa. Il mese di maggio è stato particolarmente movimentato da scioperi e mobilitazioni contro l’inflazione, e caratterizzato dalla precarietà del lavoro, dai salari bassi, dallle condizioni del trasporto pubblico e dai tagli ai servizi. Il 29 maggio si è svolto uno sciopero generale che ha coinvolto trasporti, scuola, sanità e pubblica amministrazione. Le rivendicazioni erano chiare: salari più alti, maggiore tutela del lavoro e recupero del potere d’acquisto eroso dall’aumento dei prezzi.
Giugno sembra destinato a seguire la stessa traiettoria. Sono già previste nuove proteste nel settore dei trasporti l’11 giugno, mentre per il giorno successivo sono annunciate mobilitazioni degli uomini della polizia locale e di altre categorie del pubblico impiego. Il 19 e il 20 giugno è inoltre previsto un nuovo sciopero nazionale dei trasporti.
La politica e i lavoratori sembrano abitare mondi diversi
Da una parte, il Governo sottolinea la crescita dell’occupazione e il calo della disoccupazione. Dall’altra, una quota significativa del mondo del lavoro denuncia salari insufficienti, aumento del costo della vita e perdita di potere d’acquisto.
Questa divaricazione era emersa già durante la conferenza stampa di inizio anno, quando il direttore di Milano Finanza Roberto Sommella — facendo riferimento a Milano come caso emblematico del ruolo di centro economico e occupazionale del Paese — aveva posto una domanda destinata a tornare più volte nel dibattito pubblico: se gli indicatori economici raccontano un Paese in crescita, perché una parte così ampia della popolazione continua a percepire un peggioramento delle proprie condizioni materiali?
Il riferimento non era casuale. Milano è infatti spesso indicata come il caso più evidente della distanza tra performance macroeconomiche e condizioni vissute quotidianamente dai lavoratori. Ed è proprio partendo da questo punto che la questione assume una dimensione più ampia.
La distanza tra indicatori economici e percezione sociale non è soltanto una questione di statistica nazionale. Essa tende a riprodursi con maggiore intensità nei territori in cui la crescita economica si concentra più rapidamente della capacità dei redditi locali di assorbirla e di distribuirla. In altre parole, la frattura tra economia misurata ed economia realmente vissuta diventa più visibile proprio dove il valore economico si addensa più velocemente di quanto non accada al potere d’acquisto. È su questo punto che il caso italiano assume anche una forma geografica precisa.
Nessun luogo rappresenta questa contraddizione meglio di Milano
Da sempre il Capoluogo lombardo è presentato come la locomotiva economica del Paese: attrae investimenti internazionali, ospita grandi gruppi finanziari e multinazionali, concentra occupazione qualificata e continua a richiamare capitali dall’estero. Se la crescita economica italiana ha una vetrina, è quella di Milano.
È proprio qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti del modello. Secondo i dati dei Servizi Statistici del Comune di Milano, ogni anno circa 40 mila residenti lasciano la città, a fronte di flussi in ingresso leggermente superiori che mantengono il saldo complessivo positivo. Una parte rilevante di questi movimenti riguarda persone che vivevano stabilmente a Milano e che mantengono comunque un legame funzionale con la città attraverso il lavoro.
Le analisi dell’Osservatorio Casa Abbordabile (OCA – Politecnico di Milano, DAStU) indicano che questa dinamica non è distribuita in modo omogeneo: a spostarsi verso i comuni dell’hinterland sono soprattutto nuclei familiari e lavoratori con redditi medio-bassi, progressivamente spinti fuori dal mercato abitativo cittadino. In questo senso, non si osserva una perdita netta di popolazione, ma una selezione sociale della residenza all’interno della stessa area urbana allargata.
Nel dibattito pubblico italiano si discute spesso della possibile fuga dei ricchi. Molto meno si discute della fuga dei lavoratori. Eppure, è quest’ultima ad essere già visibile nei dati demografici, nei flussi pendolari e nel mercato immobiliare della principale capitale economica del Paese.
È da questa frattura che riemerge il tema della disuguaglianza
Negli ultimi anni, il Governo Meloni ha difeso una strategia orientata all’attrazione di investimenti e di capitali internazionali. In questo contesto si inserisce anche il regime fiscale favorevole per i cosiddetti “neo-residenti”. Introdotto originariamente nel 2017 è stato progressivamente modificato fino a toccare la soglia attuale di circa 300 mila euro annui di imposta sostitutiva sui redditi esteri per i nuovi contribuenti ad alto patrimonio, nel quadro degli interventi fiscali consolidati fino al 2026.
La misura ha contribuito ad attrarre in Italia numerosi contribuenti provenienti da altri paesi europei; in particolare, dalla Francia e dal Regno Unito. Tra Parigi e Roma sono emerse negli ultimi anni tensioni politiche e accuse di dumping fiscale, legate proprio alla competizione per attrarre grandi patrimoni attraverso regimi fiscali agevolati. È in questo contesto di crescente competizione fiscale e tensione tra tentativi di attrazione di capitale e la sostenibilità sociale che si inserisce il dibattito italiano sulla disuguaglianza.
Nel 2026 è stata avviata la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare “1 % Equo”, che punta a introdurre una tassazione progressiva sui grandi patrimoni superiori a due milioni di euro. Al momento della stesura dell’articolo, la raccolta firme è ancora in corso. In parallelo, esponenti dell’opposizione come Cristina Tajani, del Pd, hanno presentato un emendamento alla Legge di Bilancio volto ad aumentare il contributo fiscale dei beneficiari dei regimi agevolati destinati ai grandi patrimoni. La proposta non è stata approvata.
Il 20 maggio 2026 la Camera ha approvato definitivamente il nuovo Decreto Fiscale. Nel provvedimento non figurano né misure di tassazione patrimoniale né interventi strutturali sul fronte dell’accessibilità abitativa nelle grandi città. In altre parole, il quadro normativo non modifica in modo sostanziale gli equilibri già descritti: la strategia fiscale resta orientata alla stabilità del regime esistente e alla continuità dell’attrazione di capitale, senza interventi redistributivi significativi sulle principali criticità sociali emergenti.
La questione rimane quindi aperta
I dati dell’Istat disegnano un Paese con più occupati e meno disoccupati. Le piazze raccontano un Paese che continua a protestare contro salari bassi e costo della vita. Milano ci dice di una città in cui la crescita economica si concentra più rapidamente della capacità dei redditi locali di assorbirla, e in cui il valore economico si addensa più velocemente del potere d’acquisto.
La questione politica non è quale di queste tre letture sia corretta, ma qual è quella che il governo sceglie di raccontare.
Edoardo Matteo Infante