Un pizzico di analisi del linguaggio farebbe un gran bene anche alla politica. Fermiamoci pure al lessico, senza inoltrarci su percorsi più complessi, che pure sono il “proprium” della filosofia analitica. La quale ci aiuta a chiarire l’effettivo valore di parole che sono spesso l’architrave di discorsi politici. Se vengono equivocate, corriamo il rischio di non sapere di cosa esattamente stiamo parlando e ci lasciamo attrarre dal linguaggio corrente in ambiguità difficilmente risolvibili. Ad esempio, i cosiddetti “premi elettorali” sono tutti la stessa cosa?
E quando parliamo di “governabilità” è appropriato pensare che sia sostanzialmente sinonimo di “esercizio della funzione esecutiva”? Bisogna saper distinguere e, ogni qual volta sia possibile, trovare parole nuove per dire, senza ambivalenze, quello che si intende esprimere. Ha fatto bene, ad esempio, chi ha scritto l’articolato della nuova proposta di Legge elettorale, avanzata dalla maggioranza di governo, a parlare, se non vado errato, di “premio di governabilità”, piuttosto che “di maggioranza”.
Si tratta, infatti – salvo poi intendersi sul termine “governabilità” – di un “bonus” in scranni parlamentari che, concesso alla forza politica o alla coalizione che ottiene solo il 40% dei consensi, è, di fatto, un “premio” che consacra maggioranza la “miglior minoranza” espressa dall’elettorato. Cosa che nulla ha a che vedere con la legge maggioritaria del ‘53 – la famigerata “legge truffa” – che assegnava a chi avesse raggiunto davvero la maggioranza sul campo, un premio contenuto che si sarebbe dovuto chiamare “di garanzia e stabilizzazione” della coalizione.
Infatti, il “premio” non ricadeva sul maggior partito della maggioranza, bensì sui minori per assicurarsi che non venissero “cannibalizzati”, compromettendo l’articolazione plurale del quadro politico. Se mai, per “premio di maggioranza”, secondo l’uso consolidato del termine, si dovrebbe intendere quel “più” contenuto che si concede, per confermarne il primato, alla forza che ha chiaramente prevalso sul piano elettorale, così da vantare effettivamente il miglior gradimento del Paese. Analogamente, quando si parla di “governabilità” si enuncia un concetto molto più ricco ed ampio di quanto non sia ciò che attiene all’esercizio del Potere esecutivo. Infatti, non si restringe a quest’ultimo versante, bensì implica una pluralità di fattori che vi concorrono.
La “governabilità” è una condizione che attiene il funzionamento complessivo di un sistema politico-istituzionale e concerne, ad esempio, il rapporto del Governo con il Parlamento, il confronto dialettico tra maggioranza ed opposizione, la capacità di decidere ed insieme coinvolgere e convincere i destinatari delle determinazioni che si assumono e non semplicemente l’attitudine a comandare. La governabilità ha molto a che vedere con l’armonizzazione dei Poteri dello Stato e la loro reciproca indipendenza e con un rapporto di efficace relazione tra Stato centrale, Regioni ed autonomie locali. Così la modalità d’approccio tra istituzioni pubbliche e corpi sociali che organizzano istanze particolari della societa’ civile da riportare nella cornice dell’interesse generale del Paese. Perché un paese sia governabile ci vuole un Governo – possibilmente autorevole e non autoritario – e ci vuole, dunque, molto di più.
Domenico Galbiati