In un contesto civile che muta, abbandona vecchi approdi e cerca nuovi caposaldi sui quali fondare un nuovo ordine di relazioni, non si può evitare di “prendere parte”.

E’ la ragione per cui sollecitati e guidati da Mons. Simoni abbiamo deciso da anni, dando vita ad INSIEME, di varcare il confine tra momento “pre-politico”, sociale, formativo ed assunzione personale e piena di una responsabilità pur sempre politica, per quanto minuscola.

Al di là di ogni possibile lamento, viviamo un momento straordinario della storia, il tempo della gestazione di una fase nuova della vicenda umana. “Prendere parte” diventa addirittura urgente, prima che i dadi della partita siano tratti, senza che la propria voce abbia avuto parte nel concerto del discorso pubblico.

Prendere parte é un diritto, ma soprattutto un dovere. Vuol dire scegliere da che parte stare, con franchezza, ma anche con umiltà, coltivando l’ascolto e la virtù – si potrebbe dire – del dubbio e della ricerca paziente di un’argomentazione in più che orienti il proprio cammino.

Si può evitare di prendere parte per una prudenza ragionevole, ma, oltre un certo limite, paralizzante e mal posta. Oppure, per un malcelato “perbenismo”, per conservare limpida ed illibata la propria coscienza, evitando di comprometterla nella vociferazione confusa dei mille, contrastanti interessi che finiscono, in ogni caso, per sporcare la politica, laddove preme piuttosto evitarne gli schizzi di fango. Oppure ancora, si evita di prendere parte perché si caracolla da una parte all’altra senza trovare dove posare il capo, traditi, soprattutto, da un approccio emozionale al discorso pubblico.

Ed ancora, per non farsi nemici, il che, peraltro, nell’alveo di una corretta disputa democratica è del tutto compatibile con il “prendere parte”. E così pure perché ci si sente impreparati, sia pure tendenzialmente orientati, ma poveri di argomentazioni che appaiano pertinenti al proprio, pur embrionale, indirizzo.

Si può evitare di prendere parte anche perché – e non succede di rado – si vuol prima essere certi quale sia il carro del vincitore. Si può, infine, evitare di farlo per un certo disincanto nei confronti della cosa pubblica, per una forma di ignavia, per un colpevole “laissez faire”, che, sotto sotto, tradisce una forma di indifferenza o addirittura di sottile disprezzo per i propri simili. Peraltro, ogni gesto, anche il più elementare della vita quotidiana – ed è
stata la vera intuizione del ‘68 e di quella che allora fu la contestazione giovanile – è intriso di politica per cui tanto vale giocare la partita a carte scoperte.

Chi nega la politica non è da meno di quei pensatori che con l’atto stesso di negare che vi sia una qualunque metafisica, ne fanno personalmente esercizio. Per questo, da parte nostra ci auguriamo che l’esercizio personale di un’ attività politica sia quanto più possibile diffuso. Cominciando dalla sua forma più semplice eppure fondamento di ogni altra. Cioè, dal quel “pensare politicamente, che, da Milano, da padre costituente e poi Rettore della Cattolica, ci ha insegnato Giuseppe Lazzati.

Domenico Galbiati

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