Da dove ripartire nel tempo della guerra e della pandemia? Dobbiamo ripartire dall’essenziale. Dal lavoro e dalla famiglia. Dalla solidarietà e dalla pace. Per quanto ci riguarda, da quegli impegni che, fin dal suo primo avvio, accompagnano la vicenda politica di INSIEME ed, infatti, compaiono nello stesso logo del partito. Dobbiamo, in altri termini, pensare ad un programma concepito prendendo le mosse dall’ esperienza e dal vissuto di coloro che soffrono una condizione di timore e di allarme, di precarietà e di insicurezza per le prospettive della propria famiglia, dei figli, in modo ancora più particolare.

Se viene meno la speranza di un avvenire sicuro, se le diseguaglianze non vengono combattute e ricondotte ad una condizione di equilibrio e di giustizia, se non riguadagniamo un sentimento di coesione sociale, la coscienza di appartenere ad un destino comune, gli stessi ordinamenti democratici rischiano di non essere all’altezza delle prove che li attendono nei prossimi anni e decenni.

Questione politico-istituzionale e questione sociale si intrecciano strettamente. Difesa dell’ordinamento democratico, promozione della libertà e giustizia sociale sono campi che esattamente si sovrappongono. Al punto che quanto più sono profonde le ferite inferte alla giustizia, tanto più si ripercuotono sulla nostra condizione di liberta, quasi delegittimando moralmente il suo stesso fondamento. Come scrisse Piero Calamandrei in un articolo dell’ agosto ‘45:
“Non basta assicurare ai cittadini teoricamente le libertà politiche, ma bisogna metterli in condizione di potersene praticamente servire”. Andando – come afferma Norberto Bobbio – oltre il dettato delle Costituzioni liberali che assumono una funzione garantista, per disegnarne, invece, un profilo che sia anche “promozionale”, diretto ad una democrazia non solo formale, ma sostanziale.

Tra le “democrazie” e le “autocrazie” che oggi si fronteggiano, c’è un terzo incomodo rappresentato dalle culture nazional-demagogiche del sovranismo populista che rappresentano l’asse inclinato che rischia – sia pure senza strappi evidenti, per via di processi che rischiamo di avvertire solo a cose fatte, quando è troppo tardi per contrastarli – di far scivolare le prime nell’abbraccio venefico delle seconde.

In questa ottica, la priorità delle priorità è rappresentata dal lavoro. Il lavoro, e con esso, dunque, l’impresa. Come sappiamo bene in Lombardia: la cultura, il rispetto, si può dire la sacralità del lavoro, fonte del reddito e presidio della dignità della persona. E così l’impresa, anche qui la “cultura dell’ impresa” e della responsabilità sociale dell’ imprenditore.

Anzitutto, il lavoro, dunque. In quanto costituisce il punto focale, il baricentro attorno a cui costruire politiche credibili per la famiglia e di progressiva ricomposizione di un tessuto sociale sfrangiato. Nel segno di una forte promozione dei diritti sociali e, dunque, di un tendenziale, progressivo superamento di quell’esasperato individualismo di cui paghiamo il prezzo. In termini di polverizzazione del legame sociale, di reciproca estraneità tra gruppi sociali e tra persone, consegnate ad una crescente solitudine.

Il rispetto formale, sia pure puntuale ed ineccepibile, degli ordinamenti istituzionali e delle procedure che li accompagnano non basta a rendere sicura e forte la condizione di libertà cui aspiriamo, se non è sostenuto e corroborato da un concorso attivo alla vita democratica della collettività. La democrazia e la libertà non sono mai guadagnate una volta per tutte e piuttosto vivono su un crinale che, a tratti, può essere scivoloso e da percorrere, un passo dopo l’altro, con prudenza pari alla necessaria determinazione.

Sbaglia radicalmente chi sostiene che per governare la cosiddetta “complessità”, sia necessario andare verso processi di centralizzazione crescente del potere. E’ vero piuttosto il contrario. Occorre che vi sia la più ampia ed autentica partecipazione alla vita civile e politica, intesa nel senso proprio del “prendere parte”, attivamente, senza indulgere al sapore dolciastro del “politicamente corretto”.

La priorità programmatica da riconoscere al lavoro ha a che vedere anche con tutto questo, con quel ruolo di cittadinanza attiva e personale, non mediata da altri attori, ma diretta e responsabile, della cui più ampia diffusione abbiamo bisogno. E cosi per quanto concerne la famiglia. A furia di discuterne le forme, cadendo nelle spire di una strumentalizzazione ideologica del tema, rischiamo di scordarne il ruolo originario e fondativo, cioè quella funzione di primo, spontaneo, aggregato sociale in cui prendono forma le persone e da cui trae forza ed ispirazione, per gradi via via crescenti, la comunità.

Vanno ricomposte le smagliature, rimarginate le ferite, riannodate le slabbrature di cui soffre il contesto civile delle società più sviluppate. Ad un tale compito che realmente parte, come si dice, “dal basso”, può concorrere efficacemente una cultura politica ispirata al valore delle autonomie locali.

Un regime di “autonomia impositiva” che ne responsabilizzi il compito, può consentire ai Comuni , in una logica di sussidiarietà, alle città piccole e grandi di creare quelle reti di reciprocità solidale che sono essenziali per riassorbire le disparità sociali che avvelenano il clima di una convivenza civile che vorremmo armonica e condivisa. E soprattutto le diseguaglianze dissipano il “valore umano” delle persone che rappresenta il vero “capitale” di una società orientata alla conoscenza, eppure appesantita da troppi fenomeni di disagio giovanile, da inaccettabili livelli di abbandono scolastico e di povertà educativa.

Il “valore umano” della persona: verrebbe da dire la “ materia prima” per un contesto civile in cui è così rilevante il ruolo della comunicazione e la reciproca dipendenza, rappresenta il punto fermo da cui ripartire. Per riguadagnare, sia pure nei giorni della guerra e della pandemia, almeno lo spiraglio per una nuova stagione di speranza.

Domenico Galbiati