Dopo tante discussioni sui perimetri delle coalizioni elettorali e sulle loro leadership, ora in second’ordine vengono fuori i documenti programmatici.

Che cosa ci dovremmo aspettare dai programmi di forze politiche che aspirano a governare un grande paese europeo come l’Italia? Una visione del paese, una presa di coscienza delle sfide principali che deve affrontare in questo momento storico, una chiara formulazione dei valori guida, l’individuazione di un numero limitato di priorità programmatiche da perseguire e poi i provvedimenti concreti per attuarle.

Vediamo allora che cosa emerge dal programma della destra (preferisco definirla così perché il centro nella coalizione Berlusconi-Meloni-Salvini è ormai un pallido ricordo). I quindici punti del programma ognuno poi specificato da 10/12 punti specifici coprono uno spazio molto ampio di temi con una miriade di interventi particolari ma non lasciano intravedere una visione del paese coerente e rivolta con coraggio al futuro. Quanto al sistema di valori che traspare dal testo la sua modestia è evidente.

In realtà, e lo vedremo ancor meglio nella campagna elettorale, il programma è costruito intorno ad alcuni specchietti per le allodole: temi e proposte fatte per attrarre con facilità il consenso degli elettori, ma che in realtà non chiariscono né come saranno attuati né come serviranno ad affrontare i problemi più scottanti del paese.

Guardiamo i principali specchietti:

  1. Interesse nazionale e difesa della patria
  2. Elezione diretta del Presidente della Repubblica
  3. Riduzione della pressione fiscale – pace fiscale – flat tax
  4. Sicurezza
  5. Contrasto alla pandemia senza compressione libertà individuali
  6. Tutela imprese balneari

L’elezione diretta del capo dello stato, spesso declinata nel linguaggio della propaganda politica come presidenzialismo, e promossa come rimedio specifico alla instabilità di governo italiana è probabilmente il primo e più scintillante specchietto che da destra si propone di usare nella campagna elettorale. Questa proposta, venduta agli elettori senza spiegarne i dettagli può essere in realtà declinata nei modi più diversi. Si può andare dal presidenzialismo americano dove il potere esecutivo è sì nelle mani del Presidente, ma un parlamento decisamente autonomo e separato elettoralmente mantiene una forte capacità di controllo sul processo legislativo e di bilancio che può praticamente bloccare l’azione del Presidente; al cosiddetto semi-presidenzialismo alla francese dove il capo dello stato convive con un primo ministro che potrebbe anche essere espresso da una maggioranza avversa, ma con i poteri di decretazione può relegare in una posizione ancillare il parlamento, o infine il semi-presidenzialismo di molti paesi europei (Austria, Croazia, Finlandia,  Lituania, Polonia, Portogallo,  Romania, Slovacchia, Slovenia…ecc.) dove il primo ministro espressione della maggioranza parlamentare rimane il motore principale dell’esecutivo. In sostanza si propone una soluzione semplice per un problema difficile: peccato che non si possa capire se è veramente una soluzione e che complesso di riforme del sistema costituzionale lo dovrebbero affiancare.

La tutela dell’interesse nazionale e la difesa della patria sono il secondo specchietto da mettere davanti agli occhi degli Italiani con il messaggio subliminale che forze esterne (l’Unione Europea?) ci starebbero minacciando. Di nuovo una indicazione semplice e ovvia, ma con evidente contraddizione con quanto detto subito dopo a proposito della piena adesione al processo di integrazione europea. In sostanza, si dimentica di chiarire se l’integrazione europea risponda proprio all’interesse nazionale  ovvero se le due cose siano in contrasto. Che il pensiero in materia sia poco chiaro è subito evidente se si considera che le tre forze principali della coalizione militano in Europa in tre gruppi politici differenti che vanno dal chiaro europeismo dei popolari europei all’euroscetticismo via via più forte dei conservatori europei e del gruppo in cui Salvini siede accanto a Marine Le Pen e agli estremisti tedeschi di Alternativa per la Germania. Dunque la destra difenderà l’interesse italiano (cosa certamente encomiabile) ma lo farà rafforzando l’integrazione europea oppure indebolendola? Quando sarà detto agli elettori?

Terzo specchietto riduzione delle tasse, pace fiscale e flat tax. Poiché sarebbe troppo complicato e spesso doloroso fare ordine in un sistema fiscale che consente troppe sperequazioni di trattamento, e ampie aree di evasione ed elusione si propone a tutti una non precisata riduzione delle tasse, ma soprattutto ad alcune categorie di contribuenti nuovi condoni delle pendenze passate e ad altre trattamenti speciali. Naturalmente non viene detto come, viste le inevitabili riduzioni di gettito fiscale, saranno fronteggiate le maggiori spese che in molte altre parti del programma vengono proposte.

Non può naturalmente mancare come quarto specchietto per le allodole il binomio sicurezza e contrasto all’immigrazione illegale. Anche se poi nei provvedimenti specifici si devono menzionare tante fonti di insicurezza che con l’immigrazione illegale hanno poco a che fare e sono del tutto autoctone il titolo del programma sventola quella bandiera che tanto piace a uno dei leader della destra. E il primo provvedimento indicato sono dei non meglio precisati “decreti sicurezza” come se basti questa parola a indicare la strada.

Non mancano poi altri specchietti “minori” come il contrasto alla pandemia senza restrizioni alle libertà individuali per corteggiare no-vax e renitenti alle mascherine, o la tutela delle imprese balneari con evidente strizzatina d’occhio ad un’area dove l’elusione fiscale ha ampio spazio.

Nel programma sono poi configurati tanti altri provvedimenti più o meno condivisibili ma che hanno una caratteristica comune: una maggiore spesa pubblica o una riduzione delle entrate. E allora da qualche parte ci si dovrebbe aspettare qualche seria riflessione sulla nostra finanza pubblica nazionale e locale. Come si fa a finanziare tutto questo se non si parla mai della politica di bilancio e degli impegni che l’Italia si è assunta verso l’Unione Europea in corrispondenza ai finanziamenti del PNRR. Ma ovviamente questo non potrebbe servire da specchietto per le allodole.

Alla fine, dunque quale visione di insieme ricaviamo da questo programma?  Prima di tutto una visione poco coerente. Se da un lato si tenta di mostrare attraverso varie proposte programmatiche una visione modernizzante del paese, dall’altro lato attraverso gli specchietti per le allodole si esibisce una combinazione di evocazioni di paure, di atteggiamenti difensivi verso minacce adombrate, di imprudenti scorciatoie istituzionali e di difesa di interessi non proprio progressivi del paese.  Quello che manca se vogliamo tirare le somme è soprattutto la prospettazione di una linea di trasformazione del paese capace di valorizzarne le risorse, di affrontare con coraggio le principali debolezze che ci trasciniamo da troppo tempo e di aprire una strada di speranza per il futuro.

Maurizio Cotta