Questa che segue è la seconda parte dell’articolo pubblicato ieri (CLICCA QUI)

L’Europa è intimidita, presa e strattonata tra due fuochi, ad Est e ad Ovest, tra Trump e Putin, priva di un baricentro e di una leadership autorevole.

Deve decidere se adattarsi oppure reagire ad un quadro che tende ad emarginarla – e forse asservirla – nel gioco incrociato delle maggiori potenze.

Non ha piena consapevolezza di sé. Quasi non avesse memoria né fiducia nell’enorme patrimonio storico di cui è depositaria. Né coscienza del fatto che quest’ultimo rappresenta una risorsa vitale nel passaggio d’epoca che stiamo affrontando.

Non è in grado di superare le declinazioni particolari, orientate allo specifico interesse di ciascun Stato membro, che pur sottendono anche le più fiere dichiarazioni di convinto EUROPEISMO. E’ debole perché è rattrappita su di sé, nei suoi confini, cosicché prevalgono le tensioni e le gelosie, le rivalità di ruolo.

Non sa andare oltre. Non sa decifrare quale compito possa recitare, in autonomia, in un mondo che cambia. Nel quale – anziché subire la logica delle sfere di influenza delle grandi potenze, che la cingerebbero in un assedio fatale – potrebbe sviluppare un ruolo da protagonista nel quadro complessivo delle relazioni internazionali. A patto che interpreti coraggiosamente un “multilateralismo” che è nelle corde di questa nuova stagione della storia.
Cosicché Usa , Cina e Russia non riusciranno a riportarlo sotto la loro egida, in quella ragnatela con cui, pur competendo tra loro, cercano di riordinare il mondo in funzione del loro primato.

Purtroppo, peraltro, l’Europa coltiva più di una serpe in seno. E’ appesantita e rallentata anche da un lato dalle suggestioni trumpiane che noi conosciamo bene, dall’altro dalle metastasi putiniane largamente diffuse un po’ ovunque ed ancora una volta, da noi in modo particolare.

In altri termini, prudenza vorrebbe che l’Europa si preparasse al peggio, ad un possibile conflitto che, da Est, potrebbe investirla nel prossimo decennio, senza escludere che si giunga, soli alla meta, ad un confronto armato. E, come sempre, in situazioni del genere è decisivo il fronte interno. Che va preparato, senza allarmismi, senza retoriche adunate.

Agli europei va spiegato che, a questo punto, devono serrare i ranghi e farcela da soli. La ricreazione è finita. Non solo sul piano della difesa, ma anche in altri ambiti strategici, ad esempio, la ricerca scientifica e tecnologica. Si tratta di istanze che non svolazzano a mezz’aria sopra di noi, evocando, tutt’al più, una responsabilità collettiva di cui devono farsi carico i pubblici poteri.

E’ una questione che tocca tutti e singolarmente ciascuno di noi. Concerne i costumi e gli stili di vita, le attese e le speranza della giovani generazioni. Esige la forte consapevolezza di una responsabilità popolare che si sostanza dell’apporto personale di ognuno. Misura il tenore morale delle nostre collettività, la resilienza e la tenuta solidale in condizioni avverse.

Non si tratta di calcare in testa l’elmetto, per carità. Ma di ravvivare coscienze spesso sopite, armarci di coesione sociale, di solidarietà, di condivisione e di giustizia, di amore per la libertà prima che di nuove armi.

Bisogna tornare al sogno degasperiano di una “comunità europea di difesa”, che metta insieme le risorse militari che abbiamo già, consenta di ottimizzarne la funzionalità e l’impiego. Verificando poi dove e come sia necessario investire per un disegno strategico comune piuttosto che per il rafforzamento dei singoli eserciti nazionali. Ma soprattutto l’Europa deve porsi alla guida di una lega delle democrazie che oggi sono sfidate da una cultura illiberale ed autoritaria che cerca, in nome della forza e del potere, una saldatura perniciosa, cui anche l’America di Trump è vdecisamente incline.

Le Costituzioni nascono dalla sofferenza dei popoli, nelle strette di un momento storico crudo, da intuizioni che solo in quella particolare finestra temporale possono essere colte e condivise. Non è tempo che l’ Unione Europea sfidi sé stessa ed affronti finalmente il tema di una Legge Fondamentale? Non è tempo che le stesse Costituzioni nazionali vigenti – a cominciare dalla nostra – vengano rilette per trovarvi principi ed indicazioni che possano concorrere ad una lettura alta dell’unità politica e della sovranità europea?

E non è tempo anche di una coraggiosa riforma dei Trattati che garantisca autorevolezza e piena funzionalità alle istituzioni europee? Forse il miglior deterrente che possiamo mettere in campo fin d’ora è esattamente quel patrimonio di umanesimo, di fede, di scienza e di cultura, di passione civile che ha guidato lo sviluppo della nostra civiltà e ne ha fatto un caposaldo di giustizia e di libertà.

Dovremmo pensarci asserragliati nella fortezza Bastiani, a fronte di un deserto desolatamente vuoto, scrutando l’orizzonte da cui potrebbero irrompere i Tartari.

Domenico Galbiati

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