A stretto giro di posta, Vladimir Putin, dopo aver annunciato l’installazione dei vettori ipersonici in Bielorussia, a ridosso del confine polacco, dunque della NATO, ha fatto sapere di aver abbandonato il Trattato internazionale relativo alla dislocazione dei missili.

Insomma, si tiene le mani libere, piazza i suoi ordigni dove più gli aggrada e mette, fin d’ora, nel mirino i centri vitali dell’Europa. Un indizio è solo un indizio, due indizi restano due indizi, magari una coincidenza. Se, però, se ne aggiunge un terzo si trasformano in una prova. Non ci resta, dunque, che attendere la prossima mossa del despota del Cremlino? O forse del terzo indizio già disponiamo, nascosto nelle pieghe del conflitto ucraino?

Putin non vuole la pace. Non l’ha mai voluta, al di là degli alati pensieri di tanti pacifisti nostrani che lo pensano vittima del solito complotto “amerikano”, almeno quello ordito dal sordido Biden. Ed, a questo punto, brillantemente risolto da Trump?Ma Putin vuole davvero vincere la guerra? O, piuttosto, intende mantenere uno stato di belligeranza permanente ? Perché non ha mai assestato un colpo definitivo all’Ucraina, quando, pur fallito il blitz su Kiev, nelle regioni del Donbass avrebbe forse potuto tentarlo, anziché dissanguare, giorno per giorno, il suo esercito?

E’ lecito pensare che l’obiettivo di Putin sia più a largo raggio, non limitato a creare, con l’ occupazione dell’ Ucraina, un’area protetta, in modo che la NATO sia scoraggiata dalla tentazione di “ abbaiare” una volta ancora ai suoi confini.
Ed è difficile non credere – su queste pagine ne abbiamo parlato fin dai primissimi giorni dell’ invasione – che Putin abbia osato la cosiddetta “operazione speciale” – non a caso intrapresa solo una volta concluse le Olimpiadi in Cina – senza aver ottenuto, in qualche modo, man leva dal collega di Pechino. Gli tocca fare il lavoro sporco di chi rompe gli equilibri internazionali, ne mina le fondamenta giuridiche, crea disordine, determina una condizione di eretismo, cioè di persistente inquietudine, grazie alla quale i principali attori si muovono più liberamente sulla scena e, svincolati da ogni copione, cercano di assestare una “tripartizione” del mondo che possa conciliare ed appagare gli interessi di ognuno.

L’Ucraina è solo l’ antipasto cui seguiranno due piatti più sostanziosi, Taiwan per Xi e la Groenlandia per Donald?
Peraltro, se si vuole attribuire un senso alle mosse – apparentemente ? – sconclusionate di Trump, se ne dovrebbe dedurre che intenta riservarsi uno spicchio di mondo, dall’ Artico all’ Antartide, un grande mercato per un’ America più ricca, ma non più grande. Dalla Groenlandia al Canada, dal Golfo del Messico ribattezzato, da Panama, giù con l’argentino Milei fino alla Terra del Fuoco si estende l’ incontrastato dominio di un’America ristretta, consapevole di non poter più reggere da sola il peso del mondo?

L’Europa abbandonata dagli USA al suo destino, merce di scambio con Putin – che non caso, di fatto, può permettersi di umiliare Trump, senza ferirne l’immenso patologico narcisismo – è destinata a diventare una sorta di “protettorato” russo, concesso al Cremlino come “soldo” del lavoro di destabilizzazione di cui si fa volentieri carico?
Inerte ed impotente, l’ Europa asserragliata nella fortezza Bastiani, osserva smarrita – eppure quasi ne fosse affascinata – l’immenso vuoto del deserto dei Tartari, che ancora non spuntano all’orizzonte, eppure un giorno arriveranno. (Segue)

Domenico Galbiati

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