Una  “ stabilità” disastrosa

La stabilità è un valore essenziale in ogni vera democrazia contemporanea. Ma bisogna intendersi bene di quale stabilità si tratti. I padri costituenti ci hanno lasciato una indicazione preziosissima, purtroppo mai presa sul serio dai nostri politici.  Nella seduta dell’ Assemblea Costituente del 4 settembre 1946, il cd. emendamento Perassi affermava:  “ La Seconda Sottocommissione […] ritenuto che né il tipo di governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero  alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione di un sistema parlamentare  da disciplinarsi tuttavia  con dispostivi costituzionali  idonei a tutelare  le esigenze di stabilità dell’azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo”.

Non è affatto la stabilità del potere ciò che serve, ma piuttosto la stabilità del governo, o meglio dell’azione di governo. Il fatto che la “nave dello Stato” per un quinquennio non cambi “timoniere” ( gubernator, lat.), di per sé non garantisce affatto che essa non cambi la rotta indicata dal medesimo timoniere. Ne è un esempio eclatante Trump, una sorta di “timoniere imprevedibile” che utilizza i poteri presidenziali per cambiare da un giorno all’altro le prospettive della politica estera oltre che per indebolire, all’interno, quei freni e contrappesi costituzionali che garantiscono la stabilità del diritto, anche essa essenziale. Ma, se pure in modalità diverse,  neppure l’attuale governo italiano riesce a evitare le inversioni di rotta, o i mutamenti radicali rispetto alle promesse iniziali o anche rispetto a patti solennemente sottoscritti, come il Patto di Stabilità e Crescita. Un Patto accettato dal governo italiano nella nuova versione voluta dal Consiglio dell’ Unione – peraltro molto più  stringente rispetto a quella proposta dalla Commissione-    a dicembre  2023, a pandemia conclusa, ma con una guerra in corso da ben due anni ai confini dell’ UE, coi connessi inevitabili rischi, anche  inflattivi e quindi di crescita di interessi sul debito. Un Patto che non lasciava e non lascia margini a manovre di emergenza e neppure ad ogni autonoma politica industriale degli Stati privi dello spazio fiscale necessario. Tanto è vero che il Presidente del Consiglio ha dovuto chiedere una deroga, segno di una precedente valutazione erronea o quanto meno incauta.

In altri campi – se si eccettua l’ordine pubblico segnato da decretazioni urgenti a gogo– si assiste ad una assenza di  riforme o interventi che non siano quelli della detassazione di particolari categorie di lavoro autonomo, mentre la pressione fiscale complessiva non decresce, ma aumenta. In altri campi si sta semplicemente fermi, ad esempio nella disciplina delle concessioni balneari in cui si lascia agire , qui fa comodo, la via giudiziaria, trascurando magari la voce della Corte Europea solo quando essa ricorda che  non spetta ai giudici ma ai governi valutare la scarsità delle risorse per proporre le aste.

In politica estera, poi, nel campo cioè in cui la continuità dell’azione è più importante e più impegnativa, richiedendo una visione prospettica propria solo dei grandi statisti (in Italia, Moro, De Gasperi, Craxi e non molti altri) le oscillazioni, le incertezze, gli zig zag, i silenzi o le assenze ai vertici sono tanto più evidenti e imbarazzanti. Il lunghissimo silenzio sul genocidio di Gaza basta da solo.  E le contraddizioni continue del governo Meloni sono ben descritte nell’ articolo di Politica Insieme del 12 giugno “I discorsi di Giorgia Meloni fanno acqua da tutte le parti”.

Per riprendere la classica metafora della nave dovremmo parlare nel nostro caso  più che della dantesca “nave senza nocchiero ”,  di una “nave guidata da un  timoniere automatico e onnipotente”.  Un tempo si diceva  Ce lo chiede l’ Europa oggi il mantra è divenuto Ce lo impone la guerra grazie all’equazione stabilita nella cultura corrente tra competizione economica e finanziaria, guerra ibrida, “weaponisation”, spese militari e Europa trasformata di punto in bianco in potenza militare.  Siamo guidati da poteri superiori ed inafferrabili, mai “accountable” e mai responsabili di fronte a un corpo di cittadini. Non ci possiamo fare niente.  Il silenzio o l’astensione perciò in qualche modo “funzionano”, almeno per garantire il consenso. Per la disperazione dei sondaggisti, che non conoscono la storia del pensiero politico, infatti, il governo col timoniere automatico stranamente non registra consensi in decremento, anche se nemmeno in aumento.

Caso in apparenza misterioso, a meno che non valga qui la regola classica dei “principati ecclesiastici” ( ovvero degli “Stati papali” del 1500 ) descritti da Niccolò Machiavelli, “ Hanno sudditi e non li governano […] E li sudditi per non  essere  governati non sene curano, né pensano, né possono alienarsi da loro”( De Principatibus, cap, XI ). Se il sovrano non governa i sudditi e lascia agire altre forze ( un tempo il mercato, oggi i vincoli esterni o la “solidarietà di guerra”) perché ribellarsi, perché prendersela col governo anche se la sua “non azione” non può certo suscitare entusiasmi?        Questa è la “stabilità” che abbiamo oggi in Italia, quella che si appresta a battere “trionfalmente” tutti i record di durata temporale. Non abbiamo avuto una “maggioranza variabile” è vero, ma quale importante riforma o innovazione è stata introdotta nel quinquennio che va a terminare? E quante importanti riforme sono state introdotte invece nell’ Italia priva di leggi maggioritarie, da governi di breve durata?

Lo “sguardo verso l’alto” e la  democrazia più forte

Resta quindi  un problema aperto quello di garantire  una stabilità vera dell’azione di governo tanto oggi quanto nel prossimo futuro. Come affrontarlo se neppure l’attuale legge elettorale lo garantisce?

Il fatto è che a un certo punto, anche nei sistemi a democrazia parlamentare (non presidenziale o semipresidenziale) si è pensato di garantire la stabilità attraverso una modifica di quella spina dorsale della costituzione materiale, che è la legge elettorale. In Italia dopo la crisi dei partiti di Mani Pulite si è pensato di introdurre un modello maggioritario simile a quello inglese. Si è pensato che la divisione in due campi ben delimitati dell’arena parlamentare, la maggioranza di governo da una parte e quella di opposizione dall’altra, fosse la strada migliore per avere quella stabilità che nessun marchingegno aveva mai assicurato alla storia italiana dal 1861 in poi.

Si è semplicemente creduto che ogni maggioranza aritmetica potesse produrre una maggioranza politica. Errore colossale di chi introduce in contesti inadeguati sistemi maggioritari. Contro le previsioni infatti il nuovo sistema maggioritario in collegi uninominali con quota proporzionale ( il cd. Mattarellum) non riuscì salvo eccezioni limitate ad assicurare quella stabilità che in teoria esso doveva garantire.

Un effetto distorsivo probabilmente non voluto è però stato  raggiunto. Si è iniziato a considerare  la rappresentanza parlamentare come istituto ormai screditato, incapace di decidere con rapidità e saggezza, peraltro  inquinato da influenze corruttive ed  il Parlamento è stato ritenuto un ferro vecchio da buttare, in nome della democrazia, in un futuro non lontanissimo ( magari da sostituire dall’uso,  ingenuo e maldestro, di una democrazia diretta che doveva veicolare senza mediazioni la volontà dei cittadini).

Si è dimenticato il senso per cui erano nati i Parlamenti rappresentativi nelle rivoluzioni moderne, in Gran Bretagna, in America e poi in Francia, cioè come uno strumento raffinato che nasce per  garantire la rappresentanza ed il “raffinamento” delle opinioni informi espresse dai cittadini, per garantire cioè l’uso più adeguato della ragione umana e del dialogo umano nel gestire la cosa pubblica.

Non si è più pensato alla necessità di garantire non l’anarchica espressione immediata della presunta volontà popolare, ma di  garantire la “responsabilità” delle assemblee, dei governi e dei cittadini, nonché di alimentare , attraverso la dialettica parlamentare, un pensiero complesso che  eviti la semplificazione  del pensiero binario (bianco/nero, amico/nemico) per cui ogni scelta politica sarebbe sempre la scelta tra due punti estremi, senza mediazioni possibili. Si è dimenticato che alla democrazia rappresentativa spetta una priorità assiologica  rispetto alla democrazia diretta ed anche allo stesso sistema presidenziale, in quanto essa consente di far valere  meglio il fattore responsabilità. La responsabilità politica può esser fatta valere  se vi è distinzione tra chi risponde  e chi fa valere la responsabilità.

La  vera stabilità dell’azione di governo presuppone oggi più che mai la trasparenza dei meccanismi di formazione della rappresentanza e della sua decisione politica. Rendere visibile il potere ed i suoi meccanismi  oggi è sempre più essenziale in un mondo in cui i governi- se non addirittura gli algoritmi che li possono guidare-  potrebbero addirittura decidere tra “warfare” e “welfare”. Sono i consensi reali non quelli prodotti dalle finzioni giuridiche e dai premi di minoranza che rendono forti davvero le democrazie.

Nell’era della guerra ibrida e della AI la rapidità delle decisioni e la garanzia della continuità delle maggioranze di per se stesse non sono affatto garanzie di una decente vita pubblica.  Lo ha spiegato benissimo Papa Leone nel suo intervento alla Cortes spagnole, ricordando ai parlamentari la necessità di “alzare lo sguardo”, precisando poi  “…non per allontanarsi dalla realtà ma per ricordare che ogni decisione delle autorità pubbliche riguarda persone in carne e ossa, specialmente coloro che hanno meno forza per farsi sentire. Poiché l’altezza di vedute consiste proprio nel guardare con maggior profondità ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo accanto alle risposte tecniche e alle riforme legislative è necessario anche un rinnovamento morale”. Un rinnovamento in cui “ il diritto deve servire al bene, la giustizia pone limiti alla forza, il potere ha bisogno di legittimità” ( Papa Leone XIV Discorso alle Cortes, 8 giugno 2026, p. 9).

Stabile può essere solo l’azione di governo che garantisce la trasparenza continua, la motivazione reale delle decisioni (che non può certo essere  il rispetto delle leggi dei numeri, dei parametri numerici che siano di Maastricht o di Roma) , l’analisi in profondità di ciò che la deliberazione parlamentare mette in gioco.  Solo ciò che è in alto può essere profondo..

Una  legge elettorale per la democrazia e la stabilità 

Democrazia forte e stabilità vera sono obiettivi che stanno insieme o cadono insieme, oggi come ieri, nel nostro Paese come in altri. Una legge elettorale adeguata, spina dorsale della costituzione materiale e raccordo essenziale tra Paese reale e Paese legale, tra istituzioni e cittadini, è sempre stata un delle premesse purtroppo da noi mancanti. La via dei sistemi maggioritari non è stata la via migliore, Si può dire che ci ha condotti in un vicolo cieco. E’ ora di finirla con le semplificazioni strumentali di leggi maggioritarie e premi di maggioranza. La storia reale del nostro Paese dice qualcosa che giornalisti e politici omettono di considerare.

Ancor prima della Repubblica, l’Italia liberale ha avuto sempre problemi e difficoltà a tenere insieme i due obiettivi (che il regime fascista ha semplicemente separato e contrapposto). Prima del 1919 era infatti in vigore un sistema maggioritario con ballottaggio a doppio turno in collegi uninominali  sul modello francese. E’ più o meno il sistema delle attuali elezioni comunali, probabilmente un ottimo sistema a livello amministrativo laddove l’elezione è prevalentemente designazione di capacità ma un pessimo sistema a livello politico laddove l’elezione dovrebbe essere invece espressione di rappresentanza non la designazione del sindaco degli Italiani come disgraziatamente qualcuno ha  detto negli anni di  Tangentopoli. Con quel sistema precedente al 1919  l’elezione dei rappresentanti era determinata dai notabili locali e poi dal grande trasformismo, in assenza di veri partiti. Certo si conosceva la coalizione vincente il giorno delle elezioni, ma spesso si assisteva il giorno successivo “ai dissidi nascenti dalle coalizioni più strane e più ibride nate per sopraffare  l’avversario comune”(Parole tratte da un articolo di Critica Sociale del luglio 1911, ma che potrebbero essere  tratte da un quotidiano del giugno 2026).

Solo dopo il 1919 l’ Italia poté iniziare, col sistema proporzionale, a costruire una democrazia rappresentativa che avvicinasse Paese reale a Paese legale. Il fallimento iniziale e l’avvento del fascismo furono non l’effetto del sistema proporzionale ma delle devastanti “religioni ideologiche” partorite dalla guerra, il comunismo e il fascismo. Furono i continuatori dell’ unico partito di massa non ideologico affermatosi nel 1919, il Partito Popolare Italiano, a riprendere a Camaldoli nel 1943 e poi nella Costituzione la costruzione di una democrazia rappresentativa e partecipativa che mirasse, nel contempo, a dare stabilità anche all’azione di governo e quindi a progettare una democrazia rappresentativa con sistema proporzionale.

Purtroppo, le indicazioni dell’emendamento Perassi furono dimenticate. La Repubblica riuscì solo affidandosi alle grandi personalità del dopoguerra a garantire in parte la continuità dell’azione di governo. Il crollo dei partiti con Mani Pulite tornò a porre il problema e la soluzione fu cercata in un modello maggioritario che mirava a replicare il sistema anglosassone, invece che quello francese.

Ma neppure il maggioritario misto col proporzionale adottato dopo il 1994 riuscì a risolvere il problema. Gli elettori investivano del potere una maggioranza chiara,  ma quella maggioranza non teneva a lungo disgregandosi dall’interno. Le continue e successive modifiche del sistema  hanno poi mirato a blindare le maggioranze di governo con un sistema oligarchico- poi riconosciuto incostituzionale- fatto di liste bloccate, di pluri-candidature e di un mix tra proporzionale e collegi uninominali che ha finito per assegnare un premio di maggioranza sommerso alla coalizione “vincente”. E’ questo il sistema che ha finalmente prodotto stabilità certo, ma una “stabilità” disastrosa. La stabilità dell’immobilismo, da cui è necessario uscire il prima possibile.

Alla base vi è l’idea di una “democrazia aritmetica” quella per cui una somma maggioritaria di voti raccolta con marchingegni elettorali , che configurano l’elezione politica come una partita di coppa dei Campioni, in cui deve uscite il “vincitore”, corrisponde sempre ad una maggioranza politica. Come se le idee politiche che si confrontano in parlamento dovrebbero essere ridotte a due sole aree.

Democrazia forte e stabilità vera richiedono invece che in Parlamento entrino le grandi questioni del paese e che siano rappresentate le idee,  non i capi popolo,  i demagoghi di turno, o i “notabili” dei media, delle istituzioni, dello sport, o persino del volontariato. Esse richiedono il voto libero ed eguale che si persegue con un vero proporzionale senza liste bloccate e senza premi aperti o mascherati. Certo con adeguati sbarramenti e meccanismi di riequilibrio- possibilmente costituzionali- come la sfiducia costruttiva. Richiedono in primo luogo la rimozione degli elementi incostituzionali, che alterano eguaglianza e libertà del voto.

Solo così il Parlamento insieme al paese può tornare ad “alzare lo sguardo” a  occuparsi delle questioni vere, buttando all’aria il teatrino degli slogan da stadio, degli “obiettivi-bandierina” dei singoli schieramenti, della conflittualità senza dialogo, e della “scelta del premier”, scelta che spetta alla Presidenza della Repubblica.  E anche ripristinando il conflitto politico in senso vero che è un confronto di argomenti logici e non una guerra di forze inconciliabili.

Umberto Baldocchi

 

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