Tanti appelli, documenti, piattaforme, false partenze che si sono via via accumulate nel tempo. Mille cantieri aperti. Per la verità frequentati, per lo più, da legioni di architetti e da ben pochi muratori. Nessun cantiere condotto a termine. Maestranze trasferite dall’uno all’altro fino a perderne il conto.

C’è chi giustamente pensa alle fondamenta e chi sorvola e si diletta ad immaginare, fuori tempo e fuori luogo, come arredare gli appartamenti di un palazzo che ancora non c’è. Tante ipotetiche costellazioni che non trovano la “stella polare” attorno a cui coagulare, assumendo una configurazione leggibile. Insomma, manca l’“attrattore” che, ad un certo punto, sorprendentemente compare in un sistema caotico e compone, quasi d’incanto, un nuovo ordine.

Se da anni si persiste in questo gioco del farsi e disfarsi e non si approda a nulla, la cosa dipende dall’imperizia dei suoi attori, da reciproche diffidenze, da gelosie di ruolo, dalla rincorsa al primato della cosiddetta “visibilità”, oppure ci sono ragioni più profonde, strutturali, cioè dovute alla natura in sé dell’impresa?

Almeno due ragioni.

Prima ragione

La prima — e non è un paradosso —: il centro non nasce esattamente perché vorrebbe essere tale e così lo concepisce la pluralità dei suoi possibili protagonisti. È in sé contraddittorio. Se viene concepito come forza di interposizione tra i due poli, di fatto non trova spazio.

Succede che le parole talvolta, anziché dar conto chiaramente di un concetto, lo intorbidiscono se non se ne fa un uso appropriato. Chiamare “centro” — e non è una questione meramente lessicale — questa ipotetica e necessaria forza “altra” rispetto ai due poli contrapposti della destra e della sinistra, suggerisce l’idea che, per quanto si dichiari “autonoma”, debba essere intesa come qualcosa che si interpone.

Senonché, il nostro quadro politico assomiglia a un “duopolio”, cioè a un sistema economico che vede in campo due soli attori, che si affrontano lungo la linea frammentata dei rispettivi confini che si corrispondono punto per punto e sono talmente ravvicinati da non ammettere nessun altro possibile attore. In altri termini, una sorta di “monopolio binario e mascherato”.

Del resto, se pure un embrione di “centro” vi fosse, se inteso come sopra, verrebbe almeno duplicato: tale e tanta è la forza di gravitazione dei due poli, che finirebbero per declinarlo, almeno quel poco, secondo due posture, per forza di cose, infine inclini da una parte o dall’altra.

Per questo — lo ripetiamo ancora — ci vuole una forza realmente ed efficacemente “autonoma” e indipendente, che resista ad ogni suggestione di voto utile e nasca, dunque, fuori dal perimetro del bipolarismo maggioritario. Insomma, Penelope la smetta di tessere e disfare la tela per barcamenarsi, blandendo or l’uno or l’altro dei Proci. Speri che arrivi Ulisse e ribalti il gioco.

Seconda ragione

Il “centro”, chiunque ne parli, si pone in termini di schieramento e non di alternativa progettuale e programmatica. E su questo punto essenziale si dovrà tornare.

Domenico Galbiati

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