C’è un’immagine che vale più di molte dichiarazioni: mentre l’Italia si prepara a mesi difficili tra inflazione, rischio di recessione e benzina oltre i due euro al litro, le grandi società quotate festeggiano utili record e dividendi in crescita. L’ultima in ordine di tempo è Leonardo S.p.A., il colosso della difesa controllato dallo Stato, che ha annunciato una cedola di 0,63 euro per azione, in aumento del 21% rispetto al 2024, come riportato da Milano Finanza e da diverse testate economiche. Gli azionisti — e quindi anche il Tesoro — brindano, mentre chi vive di lavoro dipendente continua a inseguire stipendi che non tengono il passo con l’inflazione reale che colpisce il carrello della spesa e, quindi, il costo della vita.

Leonardo ha chiuso il 2025 con ricavi per 19,5 miliardi di euroordini da 23,8 miliardiutile netto di 1,3 miliardi e indebitamento quasi dimezzato. Per il 2026 prevede ulteriori crescite e un piano industriale al 2030 con ricavi stimati a 30 miliardi, anche grazie a progetti come il “Michelangelo Dome”, il nuovo scudo di difesa integrato che sarà implementato — come ha annunciato lo stesso amministratore delegato Roberto Cingolani — “prima in Ucraina, entro l’anno ”.

Ma non è un episodio isolato. Gli utili record delle banche, i bonus ai top manager e ora la pioggia di dividendi nel settore della difesa compongono un quadro chiaro: il cosiddetto “governo del popolo” non ha mai smesso di proteggere le rendite finanziarie non produttive ed i grandi interessi.

Dietro la retorica anti-casta, quello di Giorgia Meloni è un Governo che difende lo status quo economico, garantendo margini e profitti ai gruppi strategici mentre riduce le risorse destinate al welfare, alla sanità pubblica e ai salari.

È difficile, davanti all’evidenza della realtà, raccontare che questo governo sia “contro le caste” se non contro quella che alla meloni e alla sua maggioranza non piace proprio (CLICCA QUI). Il potere economico è quello che cresce, e Meloni lo sa benissimo: lo incoraggia, lo accompagna, lo finanzia. Non c’è nulla di “anticasta” nel sostenere l’industria bellica, nel garantire margini alle banche o nel celebrare il successo delle grandi società a controllo pubblico che accumulano utili miliardari. Però, neppure c’è qualcosa di “popolare” in una politica che chiede sacrifici ai lavoratori mentre i dividendi volano.

Dietro le parole sulla sovranità e sulla patria, resta la vecchia logica del profitto per pochi. L’Italia si scopre ancora una volta divisa: non tra destra e sinistra, ma tra chi incassa cedole e chi fa i conti con bollette, mutui e contratti precari. È questa la vera “casta” che il Palazzo non vuole nominare.

 

 

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