“Sono ormai alcuni decenni che le diseguaglianze a livello globale – lo fa osservare Roberto Pertile, nella terza parte del documento che per INSIEME ha curato sui temi del lavoro e dell’impresa sociale (CLICCA QUI) – vanno aumentando considerevolmente, sfatando la previsione che esse, con l’ aumento del reddito, sarebbero diminuite…..” Se ne deve concludere che le diseguaglianze non sono un “effetto collaterale” indesiderato, bensì il dato strutturale di un sistema. Ne rappresentano un effetto distorsivo che purtroppo, di per sé, è coerente alla dinamica del modello di sviluppo, così come si configura oggi. Quasi fossero la condizione necessaria per garantire un funzionamento che sta in equilibrio solo nella misura in cui produce effetti di esclusione.
Le diseguaglianze, insomma, come un necessario “scarto di produzione”. Senonché, qualunque sistema se spinge le fratture interne oltre un certo limite collassa su di se’ e, nel nostro caso, l’effetto entropico delle disparità sociali finisce, prima o poi, per penalizzare anche i ceti privilegiati. La povertà diffusa, oltre una certa soglia, fa diminuire la domanda interna ed incrementa la tensione sociale oltre un limite, al di là del quale si accende lo scontro.
Pertile sostiene che sia necessario ripensare a fondo un sistema capitalistico che sull’onda del successo storico conseguente al crollo del sistema collettivistico sovietico, scopertosi padrone del campo, si è talmente inebriato di sé da assumere una postura neo-liberista, rivelatosi smodata e predatoria. Creando, anziché quel momento armonico in cui domanda ed offerta si rispecchiano l’una nell’altra, una rincorsa tra produzione e consumi che e’ destinata a reggere solo a condizione che una tale scalata non faccia altro che autoalimentarsi e crescere incessantemente. La stessa innovazione, anziché consolidare essenziali filiere produttive, strategiche per il Paese, persegue spesso una innovazione di prodotto sterile, nella misura in cui non risponde ad una domanda che spontaneamente sorge dal contesto sociale, ma la precede e la genera.
Roberto pensa ad una riqualificazione del rapporto tra lavoro – o meglio “lavoratore”, secondo la sua personale competenza e responsabilità – ed impresa “sociale” che non può essere dettata apoditticamente dall’ alto, ma deve nascere da sperimentazioni e dinamiche nelle quali il radicamento territoriale dell’impresa diventa un valore dirimente. La riflessione di Roberto Pertile, ammesso che ne abbiamo compreso il momento culturale che precede quello tecnico, da qui prende avvio ma va ben oltre.
Dovremo tornarci su ed accompagnarla al punto in cui la forma “contributiva” della giustizia, va oltre la classica dimensione “distributiva”, irrevocabilmente superata.
Domenico Galbiati