Approfittando della Giornata nazionale degli Alpini, Giorgia Meloni torna sull’ “orgoglio nazionale”, con evidente riferimento allo scontro con Trump che lei – nonostante le dichiarazioni ufficiali – non intende archiviare. Troppo colpita nell’amor proprio che trasforma in quello di tutto un popolo; ella direbbe di una Nazione. E al disastro politico che ciò significa per lei cerca di reagire come se fosse un’eroina. Peccato, che tutto è accaduto in casa sua, o meglio in quella casa mondiale della destra più estrema, della quale, nonostante tutto, dovrebbe ancora fare parte con Trump e con Netanyahu.
I toni sono solenni
E lo fa con toni solenni, come se il recente scontro con l’uomo più potente del mondo fosse una questione di dignità italiana. Perché dietro questa narrazione si nasconde un tentativo di trasformare un errore personale di prospettiva politica in un caso di patriottismo ferito.
Fin dalla nascita di Fratelli d’Italia, Meloni ha costruito la propria identità politica sull’asse del trumpismo: sovranismo, forza, identità, contrapposizione dura con gli oppositori. Ha impostato la campagna elettorale del 2022, e i quasi quattro anni successivi di governo, su questa linea. Sempre giocando la parte della più “occidentale” e della più vicina ai MAGA (Make America Great Again). Confondendo i suoi valori, e quelli Trump, e quelli dei Maga, per quelli cosiddetti dell’Occidente che anche in questi giorni ci danno la conferma di quanto andrebbero rivisitati dopo tanta acqua passata sotto i ponti e rispetto a quando si coniugavano con libertà e democrazia reale e sostanziale.
Oggi, scaricata da Trump per ragioni che meriterebbero un’analisi approfondita, scopre ciò che avrebbe dovuto capire da tempo: Trump non ha mai considerato l’Europa un alleato strategico, ma un concorrente da indebolire. E lei gli andava bene se si prestava al gioco.
I quattro anni da trumpiana
Quando il Presidente americano ha scatenato la guerra dei dazi, danneggiando anche l’economia italiana, Meloni ha fatto spallucce: rassicurava, sopiva, quasi applaudiva. Quando, sempre il Presidente americano, ha provato a lasciare gli europei da soli nel pantano ucraino, lei si illudeva di fare da “pontiera”. Quando Trump e Netanyahu hanno scatenato la guerra contro l’Iran, Meloni ha taciuto, o tutto al più se n’è uscita con il “non concordo, ma non condanno”, finché non ha visto le conseguenze sulle tasche degli italiani e l’impossibilità di tagliare le accise.
Segue un politica vecchia
Il suo nazionalismo più è spuntato e più lo rivendica. Anche contro Trump. Perché ella si è formata e vive nel riflesso di una cultura politica vecchia secondo la quale le relazioni personali sono in grado di superare gli interessi economici e geopolitici. Come Mussolini, Meloni confonde la simpatia con la strategia. Ma il mondo è cambiato: è multipolare, e l’idea di forza che sta dietro ogni nazionalismo non basta più.
Oggi la vera potenza si misura nel “soft power”, nella diplomazia, nel partecipare alla costruzione di aggregazioni di interessi e di “ampie masse critiche omogenee” — come insegna la Cina e come deve diventare sempre più politicamente l’Europa — e non nell’esaltazione della forza dei singoli paesi. Devono essere create reti di cooperazione che cozzano con la retorica della identità che diventa pietra angolare di tutto.
C’ha venduto la Fontana di Trevi…
Oggi scopriamo che per anni Giorgia Meloni è andata avanti cercando di “venderci” la Fontana di Trevi come faceva Totò. E questa è un’altra caratteristica di quel particolare nazionalismo che si coniuga con il populismo. La Peron, o meglio, la Evita Peron d’Europa, non ce l’ha fatta ad incassare con il trumpismo ed è ora costretta a mostrarsi nuda – ed anche solitaria nel contesto internazionale, verrebbe da chiedersi? – non più coperta dal paravento comunicazionale abbattutosi al suolo a causa dello spostamento d’aria conseguente ai suoi errori di prospettiva.
Giorgia Meloni è rimasta fortemente impressionata, ed impaurita per la sua permanenza a Palazzo Chigi pure nella prossima legislatura, dall’inatteso risultato del Referendum sulla separazione della carriere dei magistrati. Impegnatasi in quel confronto in prima persona ha pagato quattro elementi: il voto contrario degli italiani tendenzialmente refrattari a cambiare il quadro costituzionale; gli insuccessi del Governo; la contrarietà a Trump e a Netanyahu. E i giovani, forse richiamati soprattutto da questi ultimi due hanno dato un’impronta non facilmente cancellabile.
Stati Uniti e Israele non sono al momento carte da spendere. Anzi! Inoltre, Giorgia Meloni ha toccato con mano i contraccolpi derivanti da una politica condotta in Europa in maniera sbagliata e senza che il Paese si sia attrezzato su tutti i piani per rispondere adeguatamente al peso accresciuto della Germania, da cui sembriamo dipendere più di prima. Impigliata nella rete europea ancora di più dopo aver sottoscritto con Giancarlo Giorgetti un Patto di stabilità rivelatosi una vera e propria Spada di Damocle, come confermato dall’impossibilità di restare al di sotto della linea del 3% dello sforamento di Bilancio. Inevitabile che la partecipazione ideologica ai disegni di Trump entrasse prima o poi in rotta di collisione con la conservazione degli interessi che legano l’Italia – anche quella governata da Giorgia Meloni – al resto dell’Europa. Non ha potuto sostituire Orban nel sabotaggio di Bruxelles, anche se il suo sabotaggio continua, contraria com’è all’abrogazione del diritto di veto dei singoli stati e dall’impostare una impopolare politica del riarmo su base nazionale invece che europea, anche se al riguardo non ne è l’unica responsabile.
Perché continua a rispondere a Trump? Alla ricerca di una nuova “verginità”
E tutto ciò può avvicinarci ad un paio di domande importanti in queste ore. Ma perché Giorgia Meloni invece di far scivolare come acqua sui sassi gli affondi di Trump – come, del resto, hanno fatto Macron, Starmer e Merz – gli risponde? E’ solo una questione di carattere? E’ solo orgoglio ferito? E’ anche ferita un’amicizia da cui ci si aspettava grandi cose, e grazie alla quale si era trovata proiettata nell’empireo mondiale come forse senza non sarebbe accaduto? In fondo, dall’Argentina di Milei, all’India di Modi – ma ciò vale per tutta la stampa mondiale – si parlava della “Trump in gonnella”. Tra lepiù vezzeggiate, elogiate e sostenute dall’inquilino della Casa Bianca.
Forse è alla ricerca di una nuova “verginità”, magari affiancata dalla nota di Berlusconi che la dipingeva dal comportamento: “1 supponente, 2 prepotente, 3 arrogante, 4 offensivo, 5 ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti. È una con cui non si può andare d’accordo”.
Ma vuoi vedere, invece – altra domanda che ci si deve oggi porre, ed alla quale vedere se è possibile dare progressivamente una risposta avvalorata da fatti – che quella questione della indisponibilità ai cambiamenti andrebbe riconsiderata. Nel senso cioè che la Meloni vuole provare – in vista delle elezioni generali che si vocifera vorrebbe anticipare alla prossima primavera – a liberarsi dell’immagine della “trumpiana” per ricostruirsene una del tutto inedita in Italia – dove potrebbe a 90 anni di distanza dalla guerra d’Etiopia del 1936, fare la “Mussolini solitaria”, in difficoltà nel mondo, ma vincente in patria. E in Europa, potrebbe progressivamente provare ad abbassare i toni e, magari, giocare quella famosa carta del moderatismo e dell’avvicinamento ai popolari. Cosa a cui ci induce a pensare anche un evidente lavorio, e pressioni, in tal senso fatto da autorevoli parti della stampa molto vicine al mondo economico e finanziario. Magari con buona pace di quelli che hanno una certa idea del popolarismo europeo il quale, però, già c’ha fatto assistere all’imbarcata a suo tempo di Silvio Berlusconi e di Gianfranco Fini. Se non stiamo andando errando, forse, avremo modo di riparlarne.
L’importante che Giorgia Meloni non continui ad interpretare a modo suo il mondo che resta in un movimento multipolare e a barcamenarsi tra la dipendenza ideologica che, ahimè, sembra restare, e l’assoluta necessità di partecipare alla creazione di una nuova presenza europea. Ma qui si ritorna ad una delle considerazioni iniziali sulla cultura in cui si è formata cui va aggiunta l’altra sulla scarsa qualità di livello di chi l’affianca al Governo e di chi la consiglia.