La relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla povertà del Sud d’Italia, degli inizi del ‘900, presieduta da Francesco Saverio Nitti, dedicò il primo capitolo alle condizioni idrogeologiche delle regioni meridionali.
L’Italietta aveva una parte della propria classe politica fatta di uomini intelligenti e lungimiranti che, consapevoli delle condizioni di degrado di gran parte del Paese, cercavano di capire quali fossero gli strumenti più efficaci e gli interventi opportuni per risolvere annosi aspetti che l’Italia unificata si trovava in dote. Una visione di insieme che, ad esempio, inseriva la “Questione meridionale” in quella più ampia dell’intero Paese intenzionato ad uscire dal sottosviluppo. E che, già dagli inizi avvertiva il problema della tutela e della salvaguardia del territorio. Al Sud come al Nord.
Esattamente ciò che oggi ci manca mentre l’economia, la tecnologia e il concetto del vivere civile hanno fatto passi da gigante e giustificano sempre meno l’incuria che porta a disastri come quello di Niscemi. Città che ha dinanzi la prospettiva dell’abbandono.
A metà strada tra Gela e Caltagirone, Niscemi è vittima della classe dirigente siciliana. Del connubio perverso tra richieste dei cittadini che sarebbero sempre da ponderare – come quella di volere edificare dove da tempo immemorabile le condizioni geologiche lo sconsiglierebbero – e mancanza di responsabilità della politica che non vuole perdere voti. Cui, purtroppo, e ce lo dice l’esperienza pratica, dev’essere aggiunta quella corruzione diffusa a livello amministrativo favorita da norme che cozzano tra di loro e dall’esistenza di tanti centri decisionali i quali, alla fine, finiscono per non coordinarsi e non decidere. Così dobbiamo assistere ad un allucinante scaricabarile in corso tra Comune, Regione e l’attuale Ministro alla Protezione civile atterrato a Roma dopo essere stato il Presidente della Sicilia, ed oggi rimproverato di non aver dato seguito alle grida d’allarme lanciate sulla frana e su altro.
Ma le cose non finiscono a Niscemi. Dallo studio fatto dall’Ispra sui dati 2024/2026 (CLICCA QUI) sulle condizioni dell’intero Paese, emerge una fotografia davvero impressionante. Oltre 1,28 milioni di persone vivono in zone ad alta pericolosità di frana, mentre quasi 7 milioni sono esposti al rischio alluvioni. 742.000 gli edifici particolarmente in pericolo, nei quali vivono attualmente mezzo milione di persone. Circa il 20% del territorio nazionale è classificato ad alta pericolosità. Censite oltre 636.000 frane, di cui il 28% ha un elevato potenziale distruttivo, evidenziando l’Italia come uno dei paesi europei più colpiti. Quasi il 95% dei comuni italiani è coinvolto.
La questione di Niscemi, dunque, non è unica. Ma è emblematica e rappresentativa dell’intero quadro nazionale, anche sotto il profilo delle risorse destinate e non utilizzate. Da anni erano state stanziate somme proprio in riferimento al risaputo smottamento della collina che nei giorni scorsi ha fatto mancare il terreno sotto le case di cui parliamo destinate ad essere, oggi, considerate del tutto perdute. Il Pnrr ha destinato uno stanziamento che va tra l’1,2 ai 2,5 miliardi (con la dicitura tutta italiana “soggetto a rimodulazione”) per la rivoluzione verde e la transizione ecologica finalizzate proprio al contrasto delle carenze idrogeologiche. Il Pnrr lo abbiamo oramai attivato da sei anni e siamo, persino, giunti alla sua scadenza prevista per il 2026. Ci siamo vantati di essere il Paese che più lo ha attivato- nel senso che, intanto, abbiamo preso i soldi – e, adesso, piangiamo sullo scempio di Niscemi, così come quello di altre parti d’Italia dove, al momento, degli effetti benefici di quel piano – con la maggior parte dell’ammontare ricevuta a debito – non si vedono risultati.