La maggioranza che ha eletto La Russa alla Presidenza del Senato non è la stessa che Giorgia Meloni ha condotto al successo elettorale dello scorso 25 settembre. E’ una maggioranza diversa. Occasionale? Spontanea e gratuita?Studiata ad arte e convenuta tra le parti? Complementare? Alternativa? Rafforza la leader di Fratelli d’Italia
come sostengono ossequiosi i “meloniani”, soprattutto quelli dell’ultima ora? Oppure la indebolisce?

E’ difficile dirlo e presto per capirlo. Sicuramente la cosa non può essere derubricata ad incidente di percorso, quasi fosse una sorta di “una tantum” che finisce lì. Probabilmente, almeno fin’ora, è una sorta di congiunzione astrale, ancora nebulosa, tra disponibilità ed aspirazioni, per ora inconfessabili, che by-passano la linea di demarcazione stabilita dal pronunciamento popolare e si mettono reciprocamente alla prova, dall’una e dall’altra parte, in vista di un possibile futuro riassetto di un sistema politico che, a dispetto del 25 settembre, non è affatto stabilizzato come si vorrebbe far credere, stante anche il processo in corso nel Partito Democratico.

Il classico apparato bipolare si va sgranando ed evolve verso una forma “ibrida”, fondata sulla ricerca di incroci apparentemente impossibili, ma non improbabili, come se quel che ne resta non impedisca che l’intero sistema politico sia percorso da un capo all’altro da una inquietudine, alla ricerca di un posizionamento che nessuna parte, neppure quella vincente, è sicura di avere consolidato.

L’ impressione, ad ogni modo, è quella di un insieme che tende ad assumere il responso elettorale, anche quando sembrerebbe così chiaro ed eclatante, niente più che quale traccia attorno a cui sviluppare dinamiche sue proprie, riti intestini da cui non riesce a disincagliarsi per assumere un rapporto davvero franco, schietto ed aperto con il paese reale, nelle sue mille articolazioni culturali e professionali, economiche e produttive, sociali e civili.

Del resto, non dobbiamo scordare, per quanto tutto cerchino di nasconderlo sotto il tappeto, un astensionismo imponente che, da un’elezione all’altra, fatto un balzo all’in su del 10%, limita, al di là del dato formale, l’effettiva, piena e sostanziale rappresentanza, già ferita dalla cervellotica riduzione del numero dei parlamentari. Dalla faccenda di ieri non ne esce bene nessuno. Non Berlusconi, ma neppure la Meloni. Ancor meno le opposizioni.
E pure peggio il Parlamento nel suo complesso, quell’aula che, si potrebbe dire, si è fatta da sé “sorda e grigia”, allorché giusto un “manipolo” di parlamentari – “avanguardisti” in cerca di un nuovo destino? – hanno lanciato un sasso e nascosto la mano, assumendo una responsabilità politica che non osano rivendicare.

Domenico Galbiati