Leggiamo da Avvenire, e volentieri pubblichiamo: “Appena otto mesi fa la scena era al contrario. Lega e M5S battagliavano sulle misure pro-famiglia, salvo non fare nulla. Le illusioni e le delusioni negli ultimi anni sono state tante e nessuno dei partiti, quando ne ha avuto l’opportunità, è riuscito a mantenere le promesse”.

Di cosa questiona, il quotidiano cattolico? Dell’assegno unico per i figli, perché “quando se ne parla spunta ineluttabile la parolina terribile che stronca tanti sogni politici: ‘rinvio’”.

Capiamo le delusioni, e le facciamo nostre. Capiamo meno le illusioni (e non ci riferiamo, sia chiaro, all’Avvenire). Non le capiamo per un fatto semplice semplice: come spesso nei matrimoni in tarda età, un filo di disincanto forse riduce la passione, ma aiuta e non poco alla felice realizzazione del sogno. Nella vita come in politica, dove i sogni sono doverosi come doveroso è il senso della realtà.

Di rinvio in rinvio (e questa e la realtà, ce lo dice anche Avvenire) qua non si ottiene mai nulla, non si realizza mai niente. Siamo schiavi di un sistema politico, alimentato da tutti, in cui chi ha a cuore certi temi – universali, mica di lobby – è chiamato prima a dare il sangue in termini di voti e poi a sentirsi rispondere con le parole Totò: “Che ti ho detto ieri? Ti ho detto ‘Domani ti pago’. Non ti preoccupare: domani ti pago”.

Non se ne abbia a male nessuno, ma quattro deputati cattolici sparsi qua e là non servono a nulla, nemmeno a realizzare la più bassa forma di partecipazione alla vita parlamentare, che è l’azione di pressione politica da parte di un gruppo di interesse. Una formula che ti assicura, se va bene, il piatto di lenticchie al posto del regno, sempre che quei quattro deputati non siano stati, magari, fino a due mesi prima delle elezioni esponenti – che dire? – di Leu come di qualsiasi altra forza politica. Oppure siano stati inseriti nelle liste elettorali secondo non il Manuale Cencelli, ma il Codice Panini (che è peggio): l’importante è avere la figurina, come nelle raccolte dei calciatori.

La morale della favola è sotto gli occhi di tutti: in politica se vuoi fare (il bene comune) devi contare: organizzarti, strutturarti, proporre un programma che inserisca le tue istanze più sensibili in un progetto di società. Perché in politica tutto si tiene: non si può pensare, ad esempio, che la famiglia sia tutelata se si ottiene l’assegno unico, e poi il servizio pubblico televisivo propaga valori distruttivi. O che la vita sia promossa se si incide sulla 194, ma poi non ci si occupa della Libia e si lasciano i migranti morire in mare (o viceversa).

Per proporre un progetto di sviluppo generale ci vuole uno strumento generale. Lo si chiami partito, lo si chiami movimento, prima o poi si dovrà andare alle elezioni non più come elettorato attivo per la legge e passivo per la politica. Ma anche qui il peggiore nemico è quella parolina che sa di saggezza e invece è tutta pusillanimità: rinvio.