Poiché l’Italia si è impegnata per lunghi anni in Afghanistan con gli Stati Uniti e la Nato e ha subito
dolorose perdite umane (oltre naturalmente ai costi tutt’altro che irrilevanti della missione
militare, circa 50 miliardi di euro) è opportuno che la politica italiana (insieme a quella europea)
mediti sulle lezioni che si possono trarre da questa drammatica fine.

La prima lezione riguarda il tema spesso menzionato in questi giorni dell’esportazione della
democrazia. Si è giustamente detto che non si può (o comunque non è facile) esportare la
democrazia. Ma quello che è successo a Kabul prima che un crollo della (più che zoppicante e
incerta) democrazia di quel paese è stato un crollo dello stato, cioè di un sistema istituzionale e
burocratico in grado di ottenere rispetto delle sue decisioni, obbedienza dall’esercito, capacità di
reprimere forze anti-sistema. La democrazia è qualcosa di ulteriore, ma non può sussistere in
assenza di una autorità statale minimamente accettata. Dunque la prima lezione è che prima che
un fallimento della democrazia la crisi afgana è stata il fallimento della costruzione dello stato.
Tutto il resto pur importantissimo – come il rispetto dei diritti delle donne, la libertà politica,
religiosa, ecc. – viene dopo. La domanda da porsi è allora perché in venti anni di massiccia
presenza militare straniera non si è consolidato lo stato afgano?

La seconda lezione riguarda le finalità dell’azione militare americana e Nato. Qui è chiaro l’iniziale
scopo (giusto o sbagliato che fosse): combattere i nidi del terrorismo che con le torri gemelle di
New York, aveva colpito al cuore gli Stati Uniti. La superiore forza americana ha mostrato qui come
altrove (in Iraq per esempio) la capacità di distruggere rapidamente uno stato autoritario e
terrorista di media taglia (quello dei Talebani in Afghanistan). Questo scopo iniziale (che
riguardava in primo luogo un interesse americano, ma anche dell’Occidente in generale) ha però
trascinato con sé la necessità di costruire qualcosa che riempisse il vuoto lasciato dai Talebani. Ma
questo obiettivo, che per gli USA e la Nato non poteva che essere quello di creare uno stato
democratico, era comunque secondario rispetto al primo e fin dall’inizio sottovalutato nella sua
difficoltà e nei suoi rapporti con il primo. Più o meno implicitamente è sembrato che bastasse far
indire elezioni competitive, chiedere il rispetto di alcuni importanti diritti e addestrare
militarmente l’esercito locale per ottenere anche questo scopo. Ma senza uno stato solido e
accettato dalla popolazione (non solo della capitale e delle città ma anche delle campagne) tutto
questo restava una sovrastruttura. La precarietà di questo assetto era poi accentuata dai rapporti
di dipendenza creatisi tra le nuove istituzioni afgane e le forze occupanti che rendevano quelle
istituzioni solo apparentemente forti ma in realtà fragilissime nel momento in cui si fossero ritirati
i loro “protettori”. Come è puntualmente avvenuto.

Nel momento in cui agli Stati Uniti è sembrato che combattere il terrorismo non richiedesse più la
loro presenza Kabul lo scopo secondario ha perso di interesse ed è bastata la spinta di gruppi
armati fortemente motivati e coesi per far crollare il castello di carte dello pseudo-stato afgano. La
seconda lezione è dunque che confondere (più o meno ipocritamente) missioni molto diverse porta
a sottovalutare la profonda differenza tra l’una e l’altra e a non riconoscere le esigenze spesso
contraddittorie delle due (per estremizzare e lasciando qui da parte ogni considerazione morale:
distruggere un villaggio di contadini per eliminare dei terroristi può corrispondere alle esigenze
della prima missione ma non certo della seconda). Le conseguenze si sono viste.

La terza lezione riguarda le ragioni per le quali l’Italia e altri paesi europei sono stati in Afghanistan
assieme agli a Americani. E’ abbastanza chiaro che l’intervento italiano e della Nato ha seguito una
logica di solidarietà con la potenza guida del mondo occidentale ed ha accettato senza troppe
discussioni la narrazione che di questo intervento è stata data da Washington, quindi che lotta al
terrorismo e costruzione di uno stato democratico e laico a Kabul potessero andare facilmente di
pari passo.

Per legittimare la missione militare agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali si è
così insistito sui benefici in termini di libertà e diritti che la nostra presenza portava in Afghanistan.
Ma, quando negli Stati Uniti si è manifestata la stanchezza di guerra legata anche alle nuove
priorità che la politica di quel paese ha individuato, anche noi ci siamo accodati a questo
orientamento senza un vero dibattito politico interno su questa scelta. E abbiamo dimenticato
rapidamente le belle cose che promettevamo alla popolazione afgana, lasciando in condizioni
tragiche coloro che avevano creduto nel nostro aiuto. La lezione che se ne ricava è che l’Europa
rimane largamente incapace di elaborare una propria politica estera all’altezza di un mondo
sottoposto a cambiamenti epocali. Quindi o si accoda alle scelte americane salvo poi trovarsi a
condividerne i fallimenti e le responsabilità morali per i danni collaterali, oppure rimane
largamente silente come è avvenuto in altre zone del Medio Oriente o del Nord Africa.

E’ tempo allora di cambiare, il che non vuol dire venir meno alla solidarietà atlantica che rimane
un perno fondamentale della nostra sicurezza, ma richiede di sviluppare una capacità di
elaborazione politica più autonoma e un rapporto più paritario con il nostro grande alleato
americano. E’ tempo anche di capire meglio quali responsabilità vogliamo e possiamo assumerci
sulla scena internazionale senza delegare ad altri queste scelte.

La quarta lezione riguarda i rapporti tra azioni strategiche di ampia portata e i loro effetti sul
terreno. Il sistema internazionale è certo tutt’altro che un giardino armonioso e, laddove
istituzioni internazionali non riescono a gestire i conflitti che regolarmente erompono, la
tentazione di usare la forza è grande soprattutto per le grandi potenze che ne hanno i mezzi. Qui
non si vuole dire che simili azioni non possano anche essere in certe situazioni necessarie (fermare
un’aggressione, difendere gruppi etnici minacciati, eliminare un gruppo terrorista..).

Il caso dell’Afghanistan (ma prima ancora quello dell’Iraq) richiama però la nostra attenzione sugli effetti
collaterali che per lo più sono trascurati da chi nelle war rooms progetta questi interventi. Che
cosa succede alle popolazioni locali impotenti in mezzo al conflitto una volta terminato
l’intervento militare? Chi si prende cura di loro quando le istituzioni locali emerse nel conflitto non
sono in grado di farlo e le forze militari estere intervenute tornano a casa (dichiarando missione
compiuta o semplicemente per stanchezza)? Possiamo semplicemente girarci dall’altra parte?
La lezione che se ne ricava è che la legittimità politico-morale dell’azione internazionale non può
prescindere da una considerazione molto più forte dei suoi “effetti collaterali”, quelli che in genere
toccano drammaticamente le persone comuni e che i grandi strateghi non vedono.

Maurizio Cotta