Il Governo ha deciso di attendere un’intesa tra le parti sociali su un tema importante come la rappresentanza

La rinuncia da parte del Governo di regolare con un decreto attuativo della legge delega n. 144 i criteri per individuare i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro maggiormente rappresentative per contrastare la piaga della bassa remunerazione del lavoro è stata motivata dall’esigenza di costruire un consenso adeguato sulla materia con le principali confederazioni delle parti sociali.

Queste ultime, pur confermando il dissenso nei confronti di un intervento dirigistico sulla materia, hanno manifestato la disponibilità a raggiungere un’intesa in grado di offrire un contributo condiviso per offrire certezze per i comportamenti delle imprese e tutele più adeguate per i lavoratori. Una decisione saggia, dato che il proposito di rafforzare la contrattazione collettiva non può, per definizione, prescindere dalla volontà degli agenti contrattuali.

La ragionevolezza della scelta delGoverno trasferisce sulle parti sociali l’onere di superare le divergenze storiche sulla materia: non sarà affatto semplice e, soprattutto, non potrà essere isolato dall’esigenza di ripensare in profondità le modalità e gli indicatori che orientano le politiche salariali per favorire una ripresa significativa delle remunerazioni dei lavoratori.

Attribuire la perdita del potere d’acquisto alla concorrenza sleale generata dalla diffusione dei cosiddetti contratti pirata sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali fasulle (oltre 800 sul totale dei circa 900 contratti depositati all’archivio del Cnel – dato comunicato a inizio settimana – che prevedono trattamenti salariali, tutele e prestazioni di welfare inferiori a quelli sottoscritti dalle Federazioni aderenti a Cgil, Cisl e Uil) è una tesi alquanto discutibile.

La gran parte di questi accordi non risulta applicata e nel complesso, come ha fatto sapere lunedì il Presidente del Cnel Brunetta, non supera il 3% del totale dei lavoratori dipendenti. D’altro canto, la redditività delle imprese della stragrande parte dei comparti economici registra livelli di redditività superiori rispetto agli anni precedenti alla pandemia.

La regolazione pubblica della rappresentatività delle organizzazioni sindacali sulla base della verifica della loro consistenza associativa, per la finalità di applicare contratti collettivi a tutti i lavoratori appartenenti alla medesima categoria o settore (articolo 39 della Costituzione) non ha trovato attuazione in norme di legge per l’ostilità della Cisl e della Uil verso l’introduzione di formule precostituite di regolamentazione della attività sindacale destinate a irrigidire i modelli di contrattazione consolidando una sorta di monopolio della Cgil, la confederazione sindacale maggioritaria.

Sono stati necessari circa 40 anni, con il concorso di provvedimenti normativi (in particolare, con le norme introdotte con lo Statuto dei lavoratori 1970 per la costituzione delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro e per l’attività negoziale promossa dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale), di numerosi pronunciamenti della Consulta e sentenze della magistratura a più livelli, che hanno favorito l’estensione erga omnes dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative

(consistenza degli associati, ampiezza della diffusione nazionale e della partecipazione attiva alla sottoscrizione di contratti e degli interventi nelle cause di lavoro) e orientato le sentenze della magistratura per le cause di lavoro riferite alla verifica della congruità dei salari percepiti dai lavoratori (art. 36 della Costituzione).

Le prime incrinature del sistema di contrattazione si sono manifestate con la progressiva terziarizzazione dei comparti economici. Molti dei quali caratterizzati da una bassa produttività delle organizzazioni del lavoro e da un’elevata componente di prestazioni sommerse. L’entità dei comparti dei servizi (oltre i due terzi degli occupati) ha reso labili i confini settoriali per l’applicazione dei contratti collettivi e complicato i rinnovi degli stessi nelle scadenze ordinarie per l’esigenza delle tradizionali rappresentanze datoriali di salvaguardare la competitività dei costi del lavoro per i propri associati.

Negli anni recenti, questa evoluzione ha aperto il varco agli interventi della magistratura, anche nella sede della Cassazione a sezioni riunite che offrono una diversa interpretazione dell’applicazione dell’art. 36 della Costituzione sul giusto salario e messo in discussione la legittimità di alcuni contratti collettivi sottoscritti anche dalle categorie aderenti alle principali confederazioni sindacali.

Questi pronunciamenti hanno generato un quadro di incertezza relativo alla legittima applicazione dei contratti collettivi maggiormente rappresentativi e indebolito, in via di fatto, l’argine giuridico che ha impedito la diffusione sostanziale dei contratti pirata, per l’evidente rischio di soccombenza nelle cause di lavoro per le imprese che li applicano.

I tentativi di regolare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali hanno riscontrato un esito positivo nelle pubbliche amministrazioni (dove non esiste la competizione di mercato e il pluralismo delle associazioni imprenditoriali), mentre è abortita l’intesa sottoscritta dalla Confindustria con le tre confederazioni principali per l’ostilità delle altre grandi associazioni dei servizi, dell’artigianato e delle imprese cooperative. Ma è lecito dubitare che lo scossone generato dalla minaccia di un provvedimento governativo sulla materia possa trovare una soluzione, dato che l’ambito economico dell’applicazione dei contratti collettivi viene autonomamente definito dalle singole associazioni datoriali.

Questa criticità è destinata ad aumentare per l’impatto delle tecnologie digitali sulle caratteristiche delle imprese e del lavoro. Ma il confronto tra le parti sociali non può rimanere contingentato nel perimetro della regolazione della rappresentatività.

Le attuali politiche salariali in Italia sono caratterizzate da tre paradossi: un tasso di applicazione dei contratti collettivi sul complesso dei lavoratori dipendenti da primato europeo, che non riscontra risultati adeguati sul versante della crescita dei salari; una richiesta di lavoratori da parte delle imprese che non viene soddisfatta da persone disponibili, destinata ad aumentare per l’impatto demografico sulla popolazione in età di lavoro e per il fabbisogno di nuove competenze per l’utilizzo delle nuove tecnologie; una rivendicazione di ruolo e di autonomia delle parti sociali che si traduce periodicamente nella richiesta di provvedimenti, e di risorse pubbliche, per rimediare alle lacune del sistema di contrattazione.

È del tutto evidente che questa deriva comporta, di per sé, una progressiva delegittimazione del ruolo delle parti sociali, privando il sistema produttivo della componente dell’innovazione sociale che risulta indispensabile per stimolare un miglioramento dell’efficienza delle organizzazioni del lavoro e della redistribuzione equa dei risultati.

Natale Forlani

pubblicato su www.ilsussidiario.net

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