Tra i 18–34 anni il No ha prevalso e la partecipazione è stata alta. Le ragioni dichiarate restano soprattutto istituzionali, ma una quota di elettori ha usato il voto anche come segnale politico: qui entrano scuola, sicurezza, piazze e politica estera.
Il dato: tra i più giovani il No è stato nettamente maggioritario. Le stime post‑voto attribuiscono agli elettori 18–34 anni un No al 61,1% (con il No avanti anche tra i 35–54 anni) mentre tra gli over 55 il Sì supera di poco il No. Parallelamente l’affluenza complessiva ha sfiorato il 59%, più alta delle Europee 2024 (49,7% nel dato complessivo richiamato nelle analisi sulla partecipazione) e lontanissima dai referendum “giustizia” del 2022 (circa 20,4%).
Quanto all’affluenza generale interessante è il confronto tra consultazioni (Europee 2024 vs Referendum 2026 vs Referendum giustizia 2022). I dati: Europee 2024 (Italia) 49,7% (richiamato in analisi sulla partecipazione); Referendum 2026 ~58,9% (riepiloghi stampa/Ministero); Referendum giustizia 2022 20,42%.
Perché il No: nelle motivazioni raccolte da YouTrend per Sky TG24, tra chi vota No prevale la prudenza costituzionale (non modificare la Costituzione) e la contrarietà ad alcuni snodi della riforma, come il sorteggio del CSM. Ma lo stesso set di dati segnala anche una componente politica: il 28% dice di aver votato per “dare un segnale politico” e, tra i votanti No, il 31% parla esplicitamente di voto di opposizione al governo. La campagna ha contribuito a questa lettura: la scelta della premier di esporsi in prima persona ha reso più difficile separare il merito della riforma dal giudizio sull’esecutivo.
C’è anche stato un “Effetto sospetto” tra giovani e istruiti: quando l’emotività non convince. Una lettura post-voto sottolinea che la forte polarizzazione e l’uso di messaggi emotivi su temi giuridici complessi può aver generato diffidenza nelle fasce più giovani e istruite.
È una pista interpretativa coerente con il profilo generazionale del voto (No più alto tra 18–34) e con la quota di elettori che dichiara di aver votato anche per “segnale politico”.
Il confronto con le Europee: più continuità che rottura. Tra i 18–29 nel 2024 le stime per fasce d’età indicavano un profilo meno allineato al centrodestra rispetto agli adulti (con il PD primo partito tra i giovani e altre forze del campo largo molto vicine). La differenza del 2026 è soprattutto la mobilitazione: al referendum ha votato più gente, e i giovani hanno pesato di più. Inoltre, le analisi post‑voto segnalano che una parte degli elettori ‘nuovi’ (che non avevano votato alle Europee) si è orientata in prevalenza verso il No.
Un elemento ‘generazionale’ che ha fatto discutere è stato anche il tema del voto fuori sede: l’assenza di una norma stabile ha riaperto il problema di studenti e lavoratori lontani dalla residenza, e in quei giorni alcune iniziative hanno provato a far votare una quota di fuori sede tramite la nomina a rappresentanti di lista, perché i rappresentanti possono votare nel seggio in cui svolgono la funzione. Il tema ha reso ancora più identitaria la partecipazione: non solo ‘cosa votare’, ma ‘poter votare’.
Il ‘fattore clima politico’: perché una parte di giovani può aver letto la scheda come un giudizio più ampio. Sul fronte scuola e sicurezza, nel 2025–26 sono arrivate misure e annunci molto visibili: la possibilità di controlli con metal detector in scuole considerate a rischio, e la stretta sugli smartphone in classe. Sul fronte ordine pubblico, il dibattito sul decreto sicurezza e sugli inasprimenti legati anche a forme di protesta (blocchi, danneggiamenti in manifestazione) ha alimentato un frame di “linea dura”. A questo si sommano simboli culturali come il decreto anti‑rave, percepito da alcuni come politica “anti‑aggregazione”. A tacere dei pestaggi della polizia come a Pisa. Aggiungasi la situazione dei giovani. Costi altissimi per gli studi , non solo per iscrizioni e libri, ma anche per gli affitti esosi nelle grandi città, disagi psicologici dovuti alla virtualità dei rapporti, anche per il ruolo negativo dei social, in un mondo definito della solitudine (copyright Zamagni). Lavoro difficile da trovare spesso a termine e con stipendi ridicoli. Conseguenti espatri in paesi dagli alti stipendi. Circa 100.000 giovani ogni anno espatriano (questi hanno potuto votare, a differenza però dei fuori sede). Insomma, grande sofferenza.
Infine, esteri e piazze: Gaza ha mobilitato studenti e università in più fasi, intrecciando temi globali e giudizi sul governo; la crisi Iran, esplosa a ridosso del referendum, ha caricato ulteriormente il clima. Nel commento politico circola anche il frame della ‘sudditanza’ verso Trump. Presi insieme, questi elementi aiutano a capire perché un referendum tecnico possa diventare, per una quota di giovani, un voto identitario: un No alla riforma e, insieme, un No a un certo modo di governare.
Un’indagine Ipsos per l’Istituto Toniolo (primavera 2024) mostrava, tra i 18–34, livelli di fiducia relativamente alti verso UE e ricerca scientifica, e molto più bassi verso i partiti: elementi che aiutano a spiegare perché i giovani possano reagire quando percepiscono in gioco “regole” e istituzioni, più che schierarsi per fedeltà partitiche.
Carlo Parenti