I sostenitori del No hanno raggiunto la fatidica soglia delle 500 mila firme per chiedere anch’essi il Referendum confermativo – per loro abrogativo – della Legge voluta dal Governo, ed imposta al Parlamento, sulla separazione delle carriere. Qualcuno comincia a preoccuparsi e la tensione è palpabile.

Come nel caso della contestazione del manifesto affisso dall’Associazione Nazionale Magistrati che rimprovera a questa Legge l’intenzione di controllare i giudici. Da quelli del Si, definito uno “spot ingannevole”. Quelli del No potrebbero dire di converso che, in realtà, è tutta ingannevole l’intera Legge da sempre presentata, addirittura, come la “riforma della Giustizia”. “A la guerre comme à la guerre” o “in guerra e in amore tutto è lecito”, due detti popolari che valgono anche in campagna elettorale, qualunque essa si tratti. A maggior ragione, in occasione di un referendum come questo che s’inserisce in quel contesto generale del Paese cui abbiamo fatto riferimento qualche giorno fa e che non può proprio essere trascurato (CLICCA QUI).

Una Legge nata male. Frutto della spartizione delle reciproche concessioni che si sono fatte i tre partiti della maggioranza. Sulla base di tre cardini fondamentali: Premierato, Autonomia differenziata, Giustizia. Questo ha un po’ obnubilato anche la Meloni che, pure, ogni tanto, si lascia andare a qualche appello alla concordia nazionale. E di quella sì che ci sarebbe tanto bisogno.

Le ristrettezze di pensiero provocate da come venne rimessa in piedi la barca della destra nel 2022 – e cioè dopo che per ben tre governi successivi, i tre partiti che la compongono si sono divisi per il diverso sostegno o la contrarietà al primo e al secondo Governo Conte e, poi, a quello di Mario Draghi – portò ad un “patto di ferro” che ha presupposto, sui tre cardini attorno a cui è stata costruita la maggioranza, la definizione di una linea tetragona ed assolutamente insensibile alla necessità di avviare un approfondito e coinvolgente dibattito dell’intero Paese su tutti e tre quei temi. Alla ricerca di una riflessione davvero corale che ci avvicinasse almeno un po’ al metodo seguito dai Padri costituenti giunti  -non senza un acceso dibattito su taluni punti – a darci la Carta fondativa dell’Italia finalmente democratica.

E in effetti, i tre cardini su cui è nata la maggioranza riguardano proprio quella Carta ed è inevitabile, dunque, lo scatenarsi di sentimenti, oltre che di ragionamenti. E di questo rischia ora di essere vittima la stessa Giorgia Meloni. Come accadde a Matteo Renzi nel toccare la Costituzione a colpi di maggioranza? Maggioranza che dovrebbe sempre ricordare quanto sia transeunte. Non rappresenta – soprattutto se cerca ideologicamente di disegnare un diverso quadro generale di garanzie valide “erga omnes” – l’interezza del popolo italiano che, pure, si troverà i prossimi 22 e 23 marzo a dire la propria. E lo dirà, tra l’altro, sulla base della constatazione di come la proposta venga da una maggioranza parlamentare davvero minoritaria nel Paese reale. Visto che, in effetti, ha ricevuto attorno al 40% dei voti, corrispondenti a poco più del 20 % del corpo elettorale effettivo.  Si può in queste condizioni dormire sonni tranquilli a Palazzo Chigi?

Tutto ciò spiega in gran parte, oggi, perché un tema tanto delicato – e per certi versi fondamentale per la democrazia reale del Paese – sia trattato come si affronta il resto della polemica politica quotidiana. E in questo senso non è incoraggiante che in televisione i seguaci di Giorgia Meloni finiscano per raccontare qual è la “verità”, quella vera, che riguarda questo provvedimento tanto divisivo. Alla fine, viene fuori loro proprio dal precordio. E cioè che il vero obiettivo è quello di mettere sotto tutela i magistrati. E per raggiungere questo obiettivo si citano casi di errori giudiziari.  Come se la separazione delle carriere questi errori sarà in grado di farli magicamente scomparire.

Si parla della Francia per confermare la validità del sistema che loro vorrebbero introdurre. Dimenticando, forse, come il famoso “caso Dreyfus” abbia scolpito nel marmo le conseguenze di una Magistratura sottoposta agli ordini del Governo. E dimenticando pure che l’intero sistema giudiziario francese è del tutto diverso dal nostro. E questo spiega perché ne hanno, comunque,  fatto le spese personaggi come Chirac, Sarkozy e la Le Pen. Mentre contenuti e toni dei proponenti la Legge di cui parliamo hanno fatto largamente intendere che il vero obiettivo è quello di mettere al riparo la politica dalle inchieste dei magistrati. Le dichiarazioni del Ministro Nordio restano indimenticabili.

Non mancano i paradossi. Come quello in cui è incappata la Verità. Cita una sentenza di condanna di due Pm che non avrebbero fatto emergere prove a favore di un imputato senza riflettere sul fatto che quella sentenza prova che il sistema giudiziario attuale è in grado, molto spesso, di rimediare ad errori o a volute distorsioni. Ciò grazie ad altri magistrati, anche quelli inquirenti, che, evidentemente in questo caso, hanno inquisito i loro colleghi procuratori.

Noi, per quanto ci riguarda, nel confermare il nostro No teniamo conto sia del contesto politico generale, sia di quelle valutazioni tecniche di cui abbiamo dato conto l’altro giorno e su cui invitiamo a riflettere (CLICCA QUI). Varie ragioni che travalicano la polemica politica pretestuosa e che ci hanno convinti della bontà e della logicità della nostra scelta.

Giancarlo Infante

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