Non intendevo affatto cadere nella rete dell’information overload , ma devo partecipare – malvolentieri, cactus, sed volui – al caravanserraglio quotidiano tra le due opposte fazioni, estremamente ideologizzate pro o contro, a prescindere dal confronto effettivo (e civile) sul merito della riforma costituzionale della magistratura (non della giustizia, si badi) e dell’organo, di rilievo costituzionale, che ne esercita l’autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura.
Il primo punto lo tratto da tecnico legislativo, diplomato nel 1990 (il corso precedente a quello del presidente Conte): i lavori parlamentari per la prima volta nella storia repubblicana dell’Italia si sono svolti in sordina, senza un minimo di enfasi e di interesse da parte dei media (ahi, ahi “mamma RAI”!), senza quel necessario entusiasmo o almeno interesse di cultura politica e giudiziaria da parte di parlamentari del campo forense o dell’ordinamento giudiziario. Questo viene, quindi, stravolto in modo superficiale e non proprio trasparente, perché privo di un di un dibattito sia in sede parlamentare, sia pubblico da parte degli addetti ai “lavori”. Addirittura, risulta che ci sono stati “ordini di scuderia” da palazzo Chigi, volti ad una sorta di divieto di presentare emendamenti a firma dei parlamentari della maggioranza!
Ed a questa, miserevole riflessione tecnico-legislativa fa da contraltare l’alta considerazione sui lavori dell’Assemblea costituente del 1946/47, in cui l’ipotesi della separazione delle carriere dei magistrati non venne esclusa a priori, ma alla fine i padri costituenti optarono per l’unicità del corpus affinché il pubblico ministero ed il giudice avessero la medesima cultura, come sottolineato di recente dal prof. Augusto Barbera. Secondo il quale, i sostenitori del SI’ dovrebbero sapere bene che la riforma Vassalli non prevede alcun vincolo giuridico, né logico, che imponga la separazione, piuttosto quella delle funzioni che, del resto, è perfettamente vigente nell’attuale sistema “misto”.
Da quanto si apprende, ascoltando o leggendo i diversi opinion leader o politologi questa è l’occasione per riaffermare il principio fondamentale del Machiavelli, il primato della politica sugli altri poteri dello Stato, facendo però rivoltare nella tomba il Montesquieu e tutti i padri della patria e della nostra democrazia, fondata sulla separazione tra il potere legislativo, esecutivo e giudiziario; creando – in caso di affermazione del sì e conferma della legge riformatrice dell’assetto costituzionale attuale – i presupposti per un premierato forte, tanto caro alla “lady di ferro”. Questa osservazione, cui è più sensibile chi è davvero convinto dei basilari principi democratici, in primis quello del bilanciamento tra i tre poteri dello Stato, non è facilmente comprensibile per la “gente comune” (così definita dal Presidente Cossiga, grande giurista), per la qual cosa dobbiamo svolgere una certa funzione esplicativa e chiarificatrice del senso del voto, che è appunto una consultazione a sostegno di un assetto fortemente democratico, quello vigente, o meno.
Nel merito delle disposizioni, viene criticato il criterio del sorteggio per una parte dei componenti dei distinti organismi, mentre i sostenitori affermano che nella Grecia classica esso veniva utilizzato. Mi limito ad obiettare che sono passati oltre tre millenni e che l’umanità ha fatto qualche progresso nei metodi selettivi del personale dirigente di ciascuna nazione, indipendente, sovrana e democratica.
Infine, c’è un miserevole fine di “riscattare” Berlusconi, che al governo non riuscì a condurre in porto una simil riforma “contro la magistratura”, mentre essa viene “spacciata” come soluzione legislativa per riequilibrare i rapporti potere politico/potere giudiziario, troppo politicizzato in varie correnti. Ma si tratta di questioni nostalgiche o persino di carattere personalistico che nulla hanno a che vedere con gli interessi del popolo italiano. Al quale il ministro della giustizia, Nordio, ha avuto il coraggio/arroganza di chiarire, in apposita aula parlamentare, che la sua riforma non produrrà alcun beneficio in termini di efficienza e funzionalità.
“Annamo bene!”, diceva ironicamente Sora Lella Fabrizi …
Michele Marino