Gli scarsi risultati che constatiamo in merito alla separazione dell’attività politica dalla gestione amministrativa, formalmente promessa dalle leggi Bassanini – Brunetta e mai realizzata efficacemente nell’interesse generale, ad ogni livello di Pubblica Amministrazione, fanno pensare anche al fenomeno dei “politici di ritorno”. Non mancano, difatti, diversi casi di esponenti politici che trovano un’adeguata collocazione negli uffici di Gabinetto senza possedere le necessarie competenze amministrative o economico-finanziarie o esperienze di rapporti istituzionali.

Tuttavia, non è questo il caso del dottor Francesco Garofani, laureato in lettere e filosofia, già attivista nei movimenti giovanili cattolici, fondatore di “Openpolis” (una delle tante fondazioni parapolitiche), che in virtù della sua competenza specifica, quale ex Presidente della Commissione Difesa della Camera, possiede le caratteristiche per svolgere l’incarico di Consigliere del Presidente della Repubblica per gli Affari militari e quindi segretario del Consiglio supremo di Difesa: per la prima volta – va sottolineato, altresì – viene spezzata la prassi che voleva un alto ufficiale delle forze armate in quel ruolo di grande responsabilità. Viene, peraltro, da chiedersi come può un professionista della politica, qualificato e affidabile e ad hoc scelto come uno dei più diretti collaboratori del capo dello Stato, commettere una superficialità così imprevedibile, disallineata rispetto alle primarie regole di riservatezza e strumentalizzabile da un quotidiano dell’area governativa? – Va sottolineata, inoltre, sia la biasimevole uscita “scoop” di Belpietro in prima pagina che coinvolge, inopportunamente, l’unica Istituzione repubblicana “super partes” in ogni senso (mai coinvolta in scandali o polemiche), e sia la premier Meloni, la quale o non poteva non sapere, oppure deve rispondere dell’operato aggressivo e fuori dalle righe del suo esponente, “on.” Bompiani (ex fanatico del simbolo nazista).

Molto più grave e davvero strabiliante può dirsi il caso del dottor Ghiglia, componente dell’autorità di garanzia della privacy, essere così ingenuo o scarsamente sensibile all’etica e alla deontologia professionale da esporsi alle giuste critiche della stampa, avendo fatto visita alla segretaria del partito di maggioranza relativa proprio nel momento in cui l’Autorità stava per prendere una decisione ad hoc; ergo, mettendo in dubbio la propria indipendenza e serietà in merito all’esame della questione Report di RAI 3, ormai oggetto di vicende giudiziarie e polemiche molto delicate in merito alla libertà di informazione e del servizio pubblico radiotelevisivo.

Si tratta di due esempi, non lodevole il primo e molto negativo il secondo, che non possiamo affermare inesistenti all’epoca della I Repubblica, ma che indubbiamente avrebbero comportato un passaggio parlamentare, magari molto acceso, il quale avrebbe indotto i responsabili a rassegnare le proprie, irrevocabili dimissioni. Oggi, invece, non c’è più un adeguato senso di dignità personale e forse neanche un paragonabile senso dello Stato, mentre appare prioritario il fatto che dopo aver conseguito una posizione di alto profilo, come quella di parlamentare, è corretto e sintomatico (sic!) che l’interessato conservi, comunque, un trattamento economico equipollente.

Questa situazione si ripete a pregiudizio degli interessi veri della nazione, danneggia il senso di appartenenza, sminuisce l’importanza del lavoro onesto ed in ombra che hanno svolto e svolgono ogni giorni i civil servant. Tutto ciò avviene in assenza di una normativa che consenta di contenere dette fattispecie, per ora inopportune o immorali, allontanando il cittadino, onesto o idealista, dal Palazzo. Negli anni ’90, occupandoci della regolamentazione delle “lobby”, ci siamo interessati anche al tema della rappresentanza degli interessi e delle garanzie che le autorità indipendenti devono assicurare: in tale quadro si riteneva necessario disciplinare anche la figura di “esperto”, come alto dirigente nominato dall’autorità politica, in possesso di requisiti adatti al ruolo da coprire, al fine di contenere il potere ad libitum che, talvolta, viene esercitato dall’autorità politica, a cominciare dalle giunte regionali. Per non dire degli incarichi a contratti come dirigenti di prima fascia, anche nella veste di capo dipartimento, concessi a manica larga in quanto definibili “yesman” al soldo del potere di turno.

Nel nostro Paese, se non si riesce a fare una riforma della dirigenza pubblica decorosa in termini meritocratici (l’altro anno trasmisi un’ipotesi in tal senso al sottosegretario Mantovano, inesitata), vanno rispettate almeno le regole di buon senso ovvero di inopportunità. E quindi, un viceministro si astenga dal favorire la nomina della propria moglie a capo dipartimento del Ministero della Salute; così come un ministro in carica, condannato in primo grado è chiamato – anche sui social all’unanimità – a dimettersi seguendo l’esempio dei suoi omologhi nei Paesi europei. Si avverte un certo smarrimento a riguardo della leggerezza con cui si “giuoca” a muovere le pedine degli scacchi, mentre la situazione richiederebbe ben altra coerenza e rigore morale nella gestione della cosa pubblica.

Michele Marino

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