Dopo aver dovuto constatare come poche lacrime dovessimo versare per la fine del 2025 in relazione a come sono andate alcune tra le cose più importanti del mondo (CLICCA QUI), non può mancare una complessa riflessione su cosa l’anno passato abbia significato per l’Europa.

Il 2025 c’ha consegnato il 21 esimo paese europeo che ha deciso di aderire all’Euro. La Bulgaria! Che fino ad oggi, come resta nel caso di Svezia, Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania, ne era rimasta fuori. La cosiddetta eurozona, dunque, si è allargata a dispetto di chi ha la moneta unica nel proprio mirino. Sapendo bene che essa costituisce uno dei principali motivi di forza del progetto teso a costituire un’entità sempre più coesa e forte nel mondo.

In ogni caso, è continuato il versar di lacrime per l’Europa. Che secondo Trump è il vero “malato” dei nostri tempi. E non solo per lui. Come si è continuato a parlare dell’innalzarsi della “marea nera” antieuropeista. Ancora una volta, come se si trattasse di un fenomeno omogeneo. Come, cioè, se ci fosse una destra vincente dappertutto e  fosse omogenea e la stessa nell’insieme dell’Unione e nei singoli 27 paesi che la compongono. Ma così non è. E questo spiega perché i conservatori e riformisti – quelli di Giorgia Meloni, insomma – proseguono in ordine sparso con trattative separate con Ursula von der Leyen alla ricerca della legittima tutela dei propri interessi nazionali.

La “marea” antieuropeista non ha travolto i frangiflutti

Se nel 2024, la “marea” non ha travolto i frangiflutti in occasione delle elezioni europee, nel 2025  la Germania si ribadita europeista con la nascita di una “Grosse Koalition” guidata dal Cancelliere democristiano,  Friedrich Merz; la Polonia ha confermato in sella il Primo ministro Donald Tusk nonostante la vittoria al ballottaggio di stretta misura dei nazionalisti alle presidenziali; l’Irlanda ha ampiamente confermato la propria vocazione tutta concepita in Europa.  E segnali importanti sono venuti anche da paesi che vivono a ridosso del Vecchio continente e che, a dispetto delle manovre di molti, in particolare della Russia, aspirano a farne parte. Il Partito d’Azione e Solidarietà (Pas) guidato dalla presidente Maia Sandu ha vinto in Moldova sulla linea dell’ingresso nella Ue e in Albania i socialisti pure. Nel Regno Unito non si è votato, ma tutto dice che la stragrande maggioranza vuole, se non ribaltare la Brexit, almeno riallacciare più forti relazioni con l’abbandonato Vecchio continente.

E, in effetti, una delle importanti novità del 2025 è stata costituita del pieno ritorno – ancorché informale – del Primo ministro britannico Starmer sulla tolda di comando di quella che si può definire una “nuova” Europa. Non intesa sotto il profilo istituzionale, bensì attraverso il consolidarsi della famosa E3 costituita da Germania, Francia e Regno Unito. Inutile dire che la E3 – da cui è sistematicamente esclusa l’Italia – rafforza l’asse nordico che va  da Parigi a Varsavia. E nasce proprio in coincidenza con il primo anno della seconda presidenza di Trump. Una reazione, dunque, a quello che non è affatto un disimpegno americano. Al contrario, un evidente tentativo di ridurre l’entità europea ad una sorta di vassallaggio e di forte condizionamento come dimostrato dalla diversità di atteggiamento sulla guerra di invasione russa dell’Ucraina.

L’anno del “riarmo”

E in questo contesto dev’essere sicuramente valutata la decisione del “riarmo” emersa proprio nel 2025: una grande svolta rispetto agli ultimi 80. Soprattutto per l’avvio di un imponente coinvolgimento tedesco in tale direzione. Il che significa anche una ristrutturazione di grande rilievo dell’intero apparato produttivo germanico. E bisognerà vedere quali le conseguenze per l’indotto di quasi tutta la nostra Italia del Nord che ne è diventata fortemente dipendente.

L’anno dunque di una Europa del tutto diversa da quella finora conosciuta. Un’Europa a “geometria variabile” – nel senso che talune decisioni vedranno la partecipazione di paesi differenti a seconda delle convenienze.  Con il compito lasciato alle istituzioni ufficiali di conciliare il conciliabile e di mettere sotto tono – o compensare – le divergenze. Magari in vista del possibile passaggio verso una conclamata ed ufficializzata Europa “a due velocità”. Cosa che potrebbe portare a veri e propri referendum – ancorché non proclamati a chiare lettere – in paesi come la Francia e l’Italia: si sta da una parte, o dall’altra.

Può darsi che molto dipenderà dalle sorti di Donald Trump e della sua marcata propensione a danneggiare la navicella europea. Attitudine confermata, in qualche modo, in tutte le occasioni in cui lui e suoi – in particolare il vice, J.D. Vance, sono intervenuti per provare a condizionare un voto da esprimere all’interno dell’Unione. Senza sottovalutare il continuo impegno che fondazioni della destra americana stanno smaccatamente mettendo nel favorire partiti ed organizzazioni nazionalista e sovraniste europee.

Non è certo che il Presidente americano esca bene dalle elezioni di “midterm” del prossimo novembre e che mantenga la maggioranza di tutte e due le Camere del Congresso. Al contempo, non dev’essere sottovalutata l’esistenza di una linea di ostilità, che non è solo dei repubblicani, nel profondo degli Usa verso i vecchi alleati europei, rei soprattutto di aver creato una moneta forte e competitiva ed mercato per alcuni versi concorrenziale e progressivamente in grado di presentare un saldo sempre più negativo per gli Stati Uniti. Lo spirito di competizione e la volontà di fare eliminare al Vecchio continente norme e regole, in specie sul digitale ed il tecnologico, sono vissute come pericolose pietre d’intralcio ed uniscono praticamente tutte le grandi imprese statunitense.

L’Europa ha bisogno di tempo

L’Europa ha bisogno, dunque, di tempo per recuperare il tempo perduto in tanti settori che la rendono incapace a far valere pienamente i risultati comunque raggiunti. E’ indietro nel tecnologico. Nel campo della sicurezza è costretta sempre ad affidarsi ad Usa e ad Israele. Per non parlare dei satelliti di Musk. Deve decidere come e fino a quale punto cercare la sponda con le economie emergenti senza che questo significhi il passaggio da una sudditanza ad un’altra. E, quindi, attende di vedere se Trump uscirà indebolito in occasione delle prossime elezioni di “midterm” che lo potrebbero far ritrovare come una “lame duck” – l’anatra zoppa perché impallinata dal proprio elettorato – per la eventuale perdita di almeno una Camera. Per il momento, cosi, al di qua dell’Atlantico, si resta in attesa di vedere se possa aprirsi una  eventuale fase di incertezza in cui potrebbero piombare  inevitabilmente gli Usa, in attesa di una nuova presidenza. E questo potrebbe dare agli europei il tempo necessario e prezioso per decidere, riorganizzarsi e scegliere, finalmente, cosa “fare da grandi”.

In questo senso, il giudizio sull’importanza che ha giocato il 2025 per l’Europa è ancora da mantenere in sospeso.

Giancarlo Infante

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