E’ ripreso il processo Regeni. Il giovane Giulio, studente italiano sequestrato e barbaramente torturato ed ucciso dalle forze di sicurezza dell’Egitto, reo di preparare la propria tesi di laurea sulle condizioni sociali dei taxisti egiziani.
Solo grazie ad un intervento della Corte Costituzionale è stato possibile fare il processo che vede come imputati quattro ufficiali dei servizi segreti del Cairo. Su di loro il Governo egiziano non ha mai fornito elementi utili all’indagine. L’Egitto ha completamente sabotato l’indagine e, con la scusa della impossibilità di nominare i consulenti della difesa – per l’assenza degli imputati da tutta la fase processuale – ha provato ad impedire lo svolgimento del dibattimento. Avrebbe fatto comodo a tanti tra Roma e la Capitale delle piramidi.
Difatti, non una parola è venuta dal Governo italiano. Lo stesso che, in quattro e quattr’otto ha richiamato a Roma l’ambasciatore in Svizzera a seguito dell’incendio di Crans Montana. E a dispetto delle notizie che da anni giungono dall’Egitto, Giorgia Meloni e il Ministro Piantedosi continuano a dichiararlo “paese sicuro”. Una loro fantasia che probabilmente è sostenuta dalle pressioni di quanti continuano a fare lucrosi affari con il regime egiziano salito al potere con un colpo di stato del maggio del 2013 a costo della vita di numerosi oppositori e manifestanti.
E’ il caso dell’Eni che nella propria presentazione delle attività svolte in Egitto così informa: “Siamo presenti in Egitto nello sviluppo, nella produzione di idrocarburi e nella realizzazione di progetti per la valorizzazione del gas. Siamo attivi anche nel settore della raffinazione, con la distribuzione di prodotti derivati dal greggio. Partecipiamo all’impianto di liquefazione del gas naturale di Damietta. Collaboriamo alla crescita e alla decarbonizzazione del settore energetico del Paese, dove sono in corso di valutazione progetti di economia circolare, collaborazioni in ambito tecnologico per la riduzione delle emissioni e studi di fattibilità per avviare la produzione di idrogeno nel Paese. Abbiamo avviato nel Paese diverse iniziative per lo sviluppo locale anche tramite Eni Foundation”.
Ma che l’Egitto sia sicuro per un verso e molto meno per un altro, lo dimostra anche la vicenda che- sia pure con un esito fortunatamente diverso – vide coinvolto Patrick Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato in occasione del ritorno al Cairo per una visita alla propria famiglia accusato di aver pubblicato una serie di dichiarazioni sgradite al regime sui social e tenuto in carcere tra il 2020 e il 2021. L’Italia si mobilitò a suo favore e questo portò alla concessione della grazia.
L’Egitto è paese così sicuro che ieri il traduttore del Tribunale dei documenti in arabo presentati nel corso del processo ha fatto il proprio lavoro nascosto dietro un paravento per paura di ritorsioni. La Meloni e Piantedosi – li vediamo già – poi si lamenteranno quando eventualmente proveranno a mandare in Albania migranti egiziani che si dichiareranno in pericolo nel caso fossero espulsi e costretti a ritornare nel loro paese. Perché, come ha stabilito la Corte europea, ogni singolo stato può dichiarare sicuri tutti i paesi che vuole, ma poi resta tutta intera la responsabilità dei magistrati nel valutare caso per caso. ![]()