E’ opinione comune – o perlomeno molto diffusa – che il Paese stia attraversando la crisi più grave che abbia mai vissuto dal secondo dopoguerra, quando l’Italia usciva allora materialmente e moralmente distrutta da vent’ anni di fascismo e dalla guerra civile. Viveva una situazione economica proibitiva, al limite della sopravvivenza, collocata pericolosamente sul margine della “cortina di ferro”, guardata con diffidenza dai Paesi vincitori e, da taluni, con malcelata ostilità, vista con sospetto come avamposto della presenza comuni sta nel campo occidentale. Paese ancora largamente agricolo, soffriva un divario considerevole nei confronti degli altri Paesi europei sul piano dello sviluppo industriale e della capacità produttiva.
Sostanzialmente privo di una vera, forte e coinvolgente esperienza di vita democratica sia pure negli anni decorsi dall’unità nazionale al fascismo. C’erano tutte le condizioni per una drammatica ed esiziale frattura tra un fronte percorso da tentazioni rivoluzionarie ed un blocco d’ordine arroccato dall’altra parte.
E’ vero che gli eventi di quella fase storica si sono sviluppati nell’alveo della divisione bipolare del mondo e del campo cui apparteneva l’Italia, ma senza la saggezza politica della classe dirigente del Paese non ce l’avremmo fatta, almeno secondo i canoni di una democrazia avanzata. Avremmo potuto ridurci ad essere una sorta di “protettorato”.
Senonché, De Gasperi ha condotto l’Italia fuori dai marosi che rischiavano di sommergerla grazie ad una iniziativa politica coraggiosa ed efficace nell’immediato; soprattutto limpida e chiara per quanto concerne la sua proiezione nei tempi lunghi della vita democratica del Paese. Una strategia, in fondo, ordinata, lineare e semplice, forte di una coerenza interna compresa dagli italiani. Fondata, si può dire, su quattro capisaldi che, a ben vedere, sono pilastri che hanno retto e pur, sostanzialmente, reggono tuttora la struttura civile ed istituzionale del Paese, talché l’Italia sopravvive al confuso e pasticciato subentrare di improbabili seconde e terze repubbliche.
Anzitutto, una scelta costituzionale aperta e coraggiosa che riconosce come il valore originario su cui si fonda l’ordinamento democratico e civile del Paese sia quello della “persona” che non deriva, bensì precede e, in qualche modo, fonda la stessa autorità dello Stato. Pilastro ed architrave insieme della nostra convivenza civile da riportare alla nostra piena e rinnovata consapevolezza, nel momento in cui ci inoltriamo nel territorio di un domani per intero da esplorare.
In secondo luogo la scelta degasperiana, si potrebbe dire, semplificando forse troppo, per una repubblica “democratica” piuttosto che “cristiana”, superando attese o suggestioni di altro segno e di diversa natura, non necessariamente reazionarie o integriste, che pur serpeggiavano nel mondo cattolico e, per certi versi, nel partito stesso. Cioè – ottenuta in piena autonomia, anzi in un durissimo scontro politico-elettorale, la maggioranza assoluta il 18 aprile – la scelta di non vantare la propria autosufficienza parlamentare, bensì di avviare una piena collaborazione democratica con le forze laiche e centriste del momento.
Precedente storico che mostra come l’autonomia e l’identità storica, morale e politica di una forza non sia, di per sé, fattore di sterile separatezza, bensì momento necessario per possibili, eventuali collaborazioni. Attestazione del valore di metodo e di merito della “coalizione” che, anziché precipitare il rapporto tra forze differenti nel torbido brodo di cultura di “fusioni” a freddo, consente alleanze efficaci ed azioni effettivamente convergenti, a maggior ragione, in quanto fondate su una dialettica rispettosa dell’identità di ciascun contraente.
Matrice di quella politica di progressivo allargamento delle basi democratiche dello Stato con cui Aldo Moro ha perseguito l’approdo alla democrazia compiuta. Il terzo pilastro – se così si può dire – della costruzione degasperiana è rappresentato dalla scelta europea, concepita secondo quell’originario ideale di pace su cui non è qui il caso di insistere.
Infine, la scelta atlantica, non subita, assunta secondo la lucida consapevolezza della partita in gioco tra i due blocchi contrapposti, anzitutto in ordine al valore della libertà. Se sui temi di merito della scelta europea e di quella atlantica, lo scontro è stato aspro ed, a tratti, addirittura furente, la comune appartenenza al cosiddetto “arco costituzionale” – che, se da un lato, tracciava un confine invalicabile, dall’altro, soprattutto, segnalava un fattore originario di reciproca legittimazione, anzitutto tra le due grandi forze popolari – e lo spirito di coalizione hanno garantito un metodo di confronto che ha consentito di mantenere la durezza del conflitto dentro le regole della democrazia parlamentare e rappresentativa.
Forse vale la pena che, mentre ci inerpichiamo su un crinale difficile, prima di superarlo per ridiscendere a valle, se e quando lo potremo fare, verso la terra promessa – almeno così vorremo sperare – di una fase storica diversa e nuova, per quanto la troveremo drammatica nelle prime fasi di questa traversata, cerchiamo di rivisitare criticamente, ma senza strumentali demonizzazioni, le fonti della nostra vicenda democratica, alzando lo sguardo verso le origini pur oscurate dalla fine ingloriosa della prima repubblica e dalle persistenti nebbie che tuttora velano la successiva evoluzione della nostra vicenda politico-istituzionale.
E’ vero che la storia non si ripete e neppure siamo certi che sia maestra di vita, eppure qualcosa si impara osservando certi rinvii, certe corrispondenze che, da una fase all’altra, hanno un qualche valore analogico. Ci suggeriscono, ad esempio, almeno quali pezzi del nostro bagaglio dobbiamo necessariamente portarci appresso nel tempo nuovo. L’Europa, pur con tutti i limiti che denuncia, continua ad essere una risorsa ed un traguardo da cui non possiamo né prescindere, né decampare, senza nessuna concessione alle suggestioni del sovranismo.
Altrettanto ferma l’adesione al contesto occidentale, senza fare gli ascari del “putinismo” o di Pechino, dando corda a satrapie infastidite dal bastione democratico che fortunatamente ancora l’Europa rappresenta. Lo “spirito di coalizione” che aiuta a focalizzare meglio la logica perversa di accorpamenti organici o addirittura di
supposte “fusioni” tra forze che quanto più vengono da radici culturali differenti, tanto più si imprigionano reciprocamente fino a creare pericolosi vuoti di cultura e di iniziativa politica e ci fa intendere come per unire, in uno sforzo di azione comune, sia necessario prima “distinguere” piuttosto che confondere.
Infine, una passione intatta – la stessa delle origini – per la Carta Costituzionale che, letta attentamente, alla luce del nostro tempo, consente di caratterizzare in termini di democrazia, solidarietà, rispetto della dignità della vita il campo di forze in cui le relazioni politiche possono svilupparsi costruttivamente.
Domenico Galbiati