L’articolo di Giuseppe Sacco, da noi pubblicato qualche giorno fa, e relativo alla questione del Ponte sullo Stretto di Messina (CLICCA QUI), ha provocato molte e vivaci reazioni. A qualche personalità siciliana, in particolare, è un po’ dispiaciuta l’analisi della situazione dell’isola, che la costruzione del Ponte verrebbe a trasformare, ma che tale analisi darebbe l’immagine di una Sicilia troppo arretrata. Giuseppe Sacco ritiene invece che, senza complessi di nessun genere, vada chiesta una compensazione per i torti storicamente subiti dalla Sicilia.

 Altre reazioni hanno invece affrontato in maniera diretta il tema della convenienza politico-economica di questa grandiosa opera pubblica. Ad una di esse, in particolare, avanzata da Alessando Giacone, un brillante storico della nuova generazione, Giuseppe Sacco ha creduto di dover specificamente rispondere.

 

ALESSANDRO GIACONE A GIUSEPPE SACCO

Caro Giuseppe,

per una volta siamo in disaccordo. Ovviamente, non per tutto quel che scrivi sulla storia della Sicilia e sulle due umiliazioni (ci mancherebbe altro!)

Ma mentre sono sempre stato a favore della Tav, che unisce due linee ad alta velocità già esistenti, cosa unirebbe il ponte? Prima costruirei le linee ferroviarie ad alta velocità per collegare le varie città della Sicilia con trasporti pubblici efficienti. In un secondo tempo, penserei al ponte. Il ne faut pas mettre la charrue avant les boeufs.

E poi c’è la questione sismica. Di sicuro, ci sono ingegneri capaci. che avranno studiato bene la questione (io non ho competenze specifiche). Ma Messina e Reggio Calabria sono su due faglie, i terremoti sono frequenti, non vorrei che con il ponte si passasse da… Scilla a Cariddi.

Non mancheranno certo le voci rassicuranti, ma siamo sicuri che la tecnologia e i materiali siano già a punto? Cinque anni fa, abbiamo visto com’è andata a finire con il ponte di Genova, che pure a suo tempo era il nec plus ultra della modernità. Insomma, meno ubris e più prudenza, neanche gli architetti e gli ingegneri sono infallibili.

Io lascerei passare ancora una ventina d’anni e nel frattempo costruirei tutte le infrastrutture (specie ferroviarie) che mancano al Sud in genere, e alla Sicilia in particolare. Poi vediamo.

Un caro saluto,

Alessandro Giacone

 

GIUSEPPE SACCO AD ALESSANDRO GIACONE

Caro Alessandro,

le tue osservazioni sono piene di buon senso, e soprattutto del senso di quanto sia imperativa una cauta gestione delle risorse pubbliche. Ma temo che, in Italia, il buon senso sia stato negli ultimi trent’anni screditato dall’uso eccessivo e, troppo spesso, strumentale e a senso unico che se ne è fatto.

Nel caso particolare del Ponte, poi, se noi aspettiamo ancora vent’anni, ci troveremo di fronte ad una situazione che, con l’andamento demografico e degli investimenti in Italia, e nel Sud in particolare, potrebbe far risultare non più economicamente conveniente non solo il ponte, ma anche tutte le altre infrastrutture ferroviarie e autostradali che mancano alla Sicilia e alla Calabria.

E allora potremmo pentirci amaramente di non aver fatto nulla – quando eravamo ancora a tempo, come siamo ora – per cogliere l’occasione storica con cui invertire questa tendenza con iniziative che sparigliassero le carte, e cambiassero l’evidente declino oggi in atto nel Sud.

Non credo, con questo di proporre nulla di rivoluzionario, e neanche veramente di nuovo. Cosa significava infatti –  negli anni del “centrismo quadripartito”, i soli anni in cui il Sud ha veramente progredito – la distinzione tra “spesa straordinaria” che veniva attuata dalla Cassa per il Mezzogiorno, e “spesa ordinaria” che spettava ai Ministeri, che la attuava, o avrebbe dovuto attuarla, al Sud come in tutte le altre regioni d’Italia? Era una distinzione dal significato assai chiaro.

La seconda – la spesa dei vari Ministeri nei loro settori di competenza – consisteva in investimenti “di accompagnamento dello sviluppo”, che venivano effettuati man mano che si manifestavano i bisogni specifici, ed aumentava la domanda sul mercato dei servizi a questi relativi.

La prima, invece, la spesa della Cassa per il Mezzogiorno era costituita da investimenti finalizzati al “trascinamento dello sviluppo”; destinati cioè, in una logica volontaristica di progresso, a suscitare e a determinare la domanda di servizi e di beni cui i cittadini del Mezzogiorno avevano diritto, ma che l’arretratezza della società locale scoraggiava dal pretendere, e persino dal considerare dovuti.

Finché questa logica e questa divisione delle politiche e dei ruoli sono state seguite, la politica a favore del Sud ha operato con notevole successo. Ma ha iniziato a perdere colpi quando la burocrazia ministeriale, e le spinte clientelistiche del Nord, hanno incominciato a determinare un progressivo disimpegno della spesa ordinaria dal Mezzogiorno, scaricando sulla Cassa questo ruolo ad essa improprio.

Ma è a questa logica – in cui la realizzazione del Ponte senza altri indugi trova tutta le sue ragioni e la sua convenienza economica – che oggi ad essa sarebbe necessario tornare, se si vuole davvero che le aperture europee già manifestatesi con il PNRR, non si concludano con un fallimento e con nuove più aspre chiusure.

Ma allora ci si potrebbe chiedere perché mai, qualora l’Italia –  che è la principale interessata ad un “investimento si trascinamento dello sviluppo” come è quello del Ponte sullo Stretto – si dimostrasse distratta o/e incapace di fronte a tale colossale realizzazione, a farsene carico, anche se parzialmente, e solo in fase di avvio, dovrebbe essere la UE, dove prevalgono ormai interessi centro-europei e specificamente germanici.

Mi sbaglierò, ma anche qui mi sembra che la risposta sia evidente. Se nel nostro paese, e in particolare (ma non solo) nell’Italia meridionale, non si innesca un processo dinamico di sviluppo in grado non solo di fermare il declino demografico degli autoctoni, ma anche di integrare economicamente e socialmente gli immigrati che arriveranno dall’altra sponda del Mediterraneo e dal resto del mondo, ben presto i paesi a nord delle Alpi si troveranno in una situazione assai spiacevole, specialmente dal loro notorio punto di vista.

Si troveranno in una situazione simile a quella odierna e drammatica degli Stati Uniti rispetto al Messico, da cui viene non solo una pressione migratoria pressoché inarrestabile, ma anche una sistematica infiltrazione criminale. Una situazione che non può essere, da parte dell’Europa, ritenuta poco istruttiva.

La situazione di un paese, il Messico, che se un tempo fu compatito per essere “così lontano da Dio, e cosi vicino agli Stati Uniti”, e che gli USA hanno considerato  per lungo tempo come una buffer zone rispetto ai paesi dove dominano i cartelli criminali, è oggi ben diversa, anzi capovolta,  rispetto a quella del secolo scorso, quando il dinamismo dell’economia USA provocava larghi effetti positivi, principalmente nel campo dell’industria leggera, la maquilla, nella cosiddetta Frontera Norte messicana.

I paesi siti a Nord delle Alpi, e con loro i vertici di Bruxelles, rischiano cioè di trovarsi cioè a contatto con il caos socio-economico e con una insostenibile pressione migratoria appena al di la della loro fragile frontiera terrestre. E questa prospettiva potrebbe forse funzionare come un incentivo per i nostri partners a sostenere un’iniziativa dell’Italia capace di trascinare il Sud verso un futuro più dinamico di quello che le tendenze in atto lasciano oggi intravedere.

Un fraterno saluto, tuo GS

Giuseppe Sacco