Nonostante le imprese fatichino a cercare i lavoratori di cui hanno bisogno, i salari in Italia perdono potere d’acquisto
Il paradosso italiano delle politiche salariali può essere sintetizzato dalla perdita del valore reale delle retribuzioni coincidente con una rilevante quota della domanda di lavoro da parte delle imprese che non trova lavoratori disponibili. Una condizione favorevole per la crescita dei salari superiore a quella dei prezzi al consumo e per l’aumento della quota del reddito prodotto destinata alle retribuzioni dei lavoratori dipendenti.
L’importo negativo è stato parzialmente compensato nell’importo dei salari netti dei lavoratori dipendenti grazie agli sgravi contributivi e fiscali introdotti dai Governi Draghi e Meloni per le retribuzioni lorde inferiori ai 35 mila euro. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, il finanziamento di questi provvedimenti è costato circa 25 miliardi di euro. Un valore equivalente agli introiti fiscali dell’Erario dovuti all’impatto delle maggiori aliquote fiscali sulla crescita dei redditi nominali lordi superiori a tale cifra. Nel frattempo, la redditività delle imprese è tornata al di sopra dei livelli registrati nel 2019, l’anno che precede la pandemia Covid.
Ma la decrescita del valore reale delle retribuzioni in Italia, come segnalato dalle indagini dell’Ocse, è un fenomeno in corso da circa tre decenni per l’impatto di diversi fattori: la bassa produttività del capitale investito e del lavoro in una parte rilevante del sistema economico e, in particolare, dai comparti caratterizzati da una forte presenza di piccole e micro imprese; la forte concentrazione della popolazione lavorativa nelle qualifiche medio basse; l’incidenza dei rapporti di lavoro a termine e part-time che comprime la crescita dei salari di fatto; la concorrenza sleale generata dal lavoro sommerso.
Provvedimenti, che si sono aggiunti alla miriade di prestazioni emergenziali e di bonus di varia natura erogati dallo Stato e dagli enti locali con l’ausilio delle dichiarazioni Isee (attualmente utilizzati da circa 12 milioni di famiglie e 31 milioni di persone).
La proposta di Legge di bilancio presentata al Parlamento ipotizza anche una tassazione agevolata (5%) per gli aumenti salariali derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi del 2025/26 limitatamente ai salari inferiori ai 28 mila euro. Una proposta che manifesta evidenti problemi di equità rispetto alle imprese e ai lavoratori che hanno già rinnovato i contratti collettivi senza avere tali benefici.
L’erogazione di bonus salariali, di sgravi contributivi e di detrazioni fiscali con l’utilizzo di soglie della retribuzione comporta l’esito di aumentare i salari netti delle basse categorie avvantaggiandole rispetto a quelle immediatamente superiori, alterando la remunerazione dei profili professionali definita dai contratti collettivi.
I riscontri empirici che emergono dalle indagini degli istituti di statistica nazionali e internazionali ci consentono di affermare che gli esiti delle politiche per il sostegno dei bassi redditi hanno permesso di mantenere sostanzialmente inalterati i livelli delle disuguaglianze interne nella distribuzione del reddito a discapito dei ceti produttivi, ma non hanno impedito la crescita del numero delle famiglie e delle persone povere.
Tutto ciò è facilmente riscontrabile anche per gli esiti della contrattazione collettiva e l’incremento dei divari salariali tra i contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle federazioni nazionali aderenti a Cgil, Cisl e Uil. I settori e i comparti di attività che faticano a tenere il passo sulla crescita dei salari contrattuali, quelli di fatto, e la tempistica dei rinnovi contrattuali sono quelli che sottoutilizzano: gli investimenti; le tecnologie; l’impiego e le competenze delle risorse umane disponibili.
La mancata riforma dell’attuale sistema della contrattazione per potenziare il decentramento verso le aziende e i territori è il frutto dell’ostilità di una parte rilevante delle associazioni datoriali e dei lavoratori che, non a caso, sono parte attiva nel rivendicare gli interventi dello Stato a sostegno dei rinnovi contrattuali.
Una rivendicazione motivata dalla presunta concorrenza sleale operata dai “contratti pirata” sottoscritti dalle organizzazioni datoriali e dei lavoratori poco rappresentative (applicati saltuariamente per meno del 3% dei lavoratori), che prevedono costi inferiori rispetto a quelli sottoscritti dalle principali Confederazioni datoriali con Cgil, Cisl e Uil che tutelano il 94% dei lavoratori dipendenti.
È un’esplicita manifestazione di impotenza che non offre grandi prospettive per il ruolo delle parti sociali nelle nostre politiche del lavoro.
Gli interventi citati non offrono risposte alle cause del declino delle retribuzioni e contribuiscono alla balcanizzazione ulteriore dei sistemi di prelievo fiscale e della contrattazione collettiva.
Natale Forlani
Pubblicato su www.ilsussidiario.net