Dopo aver provato a presentare la Lega come un partito nazionale di destra, Matteo Salvini è stato costretto a tornare a Pontida, rinnovando i fasti più antichi del leghismo alla Bossi.

Il “ritorno” alle radici è stato sugellato dalla solenne firma con cui i vertici del partito, ministri e governatori, hanno sottoscritto sei impegni su cui, in questo riprendendo più lo stile di Berlusconi che quello del “senatur”, i sei punti che caratterizzeranno  l’impegno di Salvini e dei suoi con la nascita di un nuovo governo, cosa che si dà per scontata. Al punto che Salvini ha fatto addirittura trapelare la possibilità di essere lui chiamato alla guida di Palazzo Chigi.

Ma lasciamo perdere la conferma di come il centrodestra, al di là dei proclami ufficiali, si presenta alle urne in ordine sparso. E vedremo cosa accadrà dopo il 26 settembre. A futura memoria, occupiamoci dei sei punti, ricordando che non può essere sottovalutato l’impegno tanto solennemente assunto dall’intero vertice leghista: stop al caro bollette, riforma dell’autonomia, flat tax e pace fiscale, Quota 41 per le pensioni, il ripristino dei decreti Sicurezza, una giustizia giusta.

I centomila presenti, tanti dicono gli organizzatori erano i convenuti, si saranno sicuramente galvanizzati nell’ascoltare la portata dell’impegno. Tutti temi che interessano direttamente loro e gli italiani. Poco conta che Salvini abbia speso tutta la campagna elettorale per chiedere al Governo 30 miliardi di sforamento senza che i suoi ripetuti appelli trovassero udienza. E questo per due motivi molto semplici. Il Governo, che anche lui ha contribuito a far cadere, non può impegnarsi in tal senso senza chiudere la propria esperienza sfasciando i conti dello Stato; l’altra ragione sta nel fatto che una decisione del genere, verso cui sono stati molto tiepidi, se non contrari, anche gli alleati Meloni e Berlusconi, avrebbe significato da parte di Draghi entrare pesantemente nella campagna elettorale favorendo solo uno dei partiti che lo hanno sostenuto nel corso degli ultimi 18 mesi.

Ma Salvini ha sempre saputo benissimo che i 30 miliardi non li avrebbe mai ricevuti. Come per altri, il problema è quello che a questa campagna elettorale siamo arrivati, e ci siamo immersi in essa, sulla base solamente di una risposta ai problemi immediati, e riprendono proposte che, soprattutto quelle in sede europea, sono state avanzate, e tanto tempo in anticipo, da Mario Draghi. Inoltre, questa campagna sarà ricordata come una di quelle utilizzata da molti per nascondere le proprie manchevolezze dietro promesse di ogni genere e senza indicare una strategia per il futuro del Paese.

Molti dei punti sottoscritti a Pontida significano solo spese e niente entrate. O almeno, non abbiamo capito in che modo alle prime possano essere trovate le coperture necessarie. Dunque, devono essere tenuti bene a mente per il futuro, soprattutto per la carica divisiva che rischiano di innescare nel Paese e nel suo corpo sociale. Questo vale, in particolare, per l’impegno sulle autonomie carico di rischi soprattutto per molte delle regioni del Mezzogiorno. Ma vale anche per la Flat tax che potrebbe comportare una riduzione delle entrate e il superamento di quell’idea della progressività in grado di assicurare quella equità che sta alla base di ogni convivenza civile. Tutti vorremmo pagare meno tasse, a maggior ragione in un Paese dove il carico fiscale è pesantissimo a carico dei più deboli,  mentre sappiamo bene cosa significhi l’evasione e l’elusione.

Salvini, ma questo lo fa anche Giorgia Meloni, continua a rivolgersi all’Europa come se tutto il Recovery fund non ci fosse stato con i quasi 300 miliardi assicurati all’Italia, di cui una significativa parte a fondo perduto. E’ molto più comodo continuare con un vecchio ritornello piuttosto che impegnarsi, invece, ad onorare anche ciò che all’Italia è richiesto.

Il capo della Lega ha anche parlato della Rai, proponendo l’eliminazione del canone. Detta così, può sembrare cosa destinata ad essere accolta con grande entusiasmo. Ma ricordiamoci anche di questo dopo il 26. Quando sentiremo di sicuro tornare a rullare i tamburi della privatizzazione dell’Ente radiotelevisivo che finora ha assicurato un servizio pubblico che non è da smantellare, ma semmai da rafforzare.