La sconfitta si misura in rapporto al livello a cui è stata posizionata l’asticella delle aspettative.
E quando si alza la posta fino al limite estremo della sfida, si invoca un referendum sulla propria persona, si conduce una campagna elettorale al calor bianco, si proietta espressamente il dato locale su di un profilo di assoluta valenza nazionale e poi si giunge al traguardo con le gomme sgonfie, non è affatto escluso che la sconfitta possa essere l’inizio della fine.
Se non della Lega, di chi gli ha imposto una linea dissennata e pericolosa; sicuramente almeno la fine del “salvinismo” come metodo, del “sovranismo” come contenuto.
E’ vero che i voti si contano e non si pesano, eppure non possono prescindere almeno da un “peso specifico”.
Non so quale dei due abbia un volume maggiore, ma in nessun caso un chilogrammo di ferro vale quanto un chilogrammo d’oro.
Quanto valgono oggi i voti di Salvini, dentro e fuori le Regioni in cui si è votato, dentro e fuori l’alleanza di centro-destra? Dovrebbero chiederselo anche i cattolici che l’hanno ampiamente suffragato con il loro consenso, probabilmente anche in Emilia-Romagna.
Se hanno immaginato uno scambio – peraltro, già di per sé, del tutto impari – tra valori in cui non possono non riconoscersi ed il piatto di lenticchie di non so quale difesa identitaria e patriottarda, devono ammettere di aver sbagliato clamorosamente i conti e riesaminare il percorso politico e mentale che li ha condotti a quell’approdo sbagliato.
Non si difendono il valore della vita, lo stesso ordine sociale, una convivenza civile ed equilibrata, la serenità delle famiglie, per non dire della giustizia e dei diritti sociali e della stessa libertà sostanziale delle persone, affidandosi a Salvini.
Di un cosidetto “leader” – vero o presunto che sia; poi ci torniamo su – forse ancor prima di analizzare a fondo l’intelaiatura della proposta politica, ci sono da valutare alcuni profili preliminari che riguardano la cultura, la “cifra” dei comportamenti, lo stile della comunicazione, la forza logica o piuttosto strumentale e pacchiana dell’argomentazione. Insomma quel dato- ad un tempo, estetico e caratteriale di cui il Nostro ha dato prova, ad esempio, con l’ormai famosa prestazione al citofono – che ti dice da subito che razza di vino può contenere quel tipo di botte.
Certi toni sopra le righe, crudi se non truculenti, certe esibizioni di forza presunta, una ruvidezza studiata che vorrebbe suggerire rapidità di decisione ed efficacia d’azione, ma anche certe affettazioni circa gli affetti ed i valori, a cominciare dalla fede, e che pur si accompagnano alla suggestione di sentimenti sprezzanti, di avversione, di aperta ostilità nei confronti dei migranti, configurano una personalità che poco o nulla ha a che vedere con l’attitudine alla ponderazione, all’oggettività del giudizio cui i credenti, per primi, dovrebbero attenersi.
Peraltro, Salvini – che si era detto convinto di stravincere – in Emilia Romagna ha preso una cantonata ed è la seconda in pochi mesi.
L’ impressione è che non abbia il polso della situazione e questo un vero leader non se lo può permettere perché significa prendere un abbaglio e scambiare le proprie legittime aspirazioni per la verità dei fatti.
Ha immaginato, in ambedue le occasioni, di piegare il Paese intero ai suoi diktat, disfando governi e legislatura in funzione del suo esclusivo interesse di parte.
Insomma, è uno che, ammesso che vada per osterie, non ha ancora imparato a fare i conti con l’oste. Questo rinvia ad una accurata analisi che un giorno bisognerà pur fare circa la banalizzazione cui troppo spesso riduciamo il linguaggio della politica che, alla lunga, diventa ambiguo e confusivo.
Ad esempio, cosa intendiamo – e questo vale anche per Di Maio e per Renzi, tanto per non andar lontano – per “leader”? Intanto uno che sa raccogliere consenso, anziché buttarlo alle ortiche. E fin qui almeno, Salvini potrebbe anche starci, mentre, agli altri due, il Briatore di Crozza urlerebbe, fin da subito: “..Sei fuori!…”
Senonché il vero leader è soprattutto colui che – fosse pure poco – sa finalizzare il consenso di cui gode e lo pone, anche a dispetto dei suoi interlocutori, come fattore dirimente degli indirizzi da assumere.
E qui Salvini casca. Semina vento, coltiva la tempesta e raccoglie un “benservito”. Due volte su due, in sei mesi.
Il fatto è che ci sono leader e leadership di diversa gradazione, anzi di differente natura. C’è il vero leader; c’è quello che pensa di esserlo; quello che ne recita la parte; quello che racconta di esserlo; quello che osa confidarlo solo a se stesso ed, infine, c’è il “miles gloriosus”.
Senonchè, quanto più ci si avvicina a quest’ ultima tipologia – ed i Nostri tre sopra citati sono nei paraggi – è forte il rischio di finire al cimitero degli elefanti.
Domenico Galbiati