Non serve demonizzare, stigmatizzare, condannare sul piano, ad un tempo, politico e morale. Anzi, è fuorviante.

Il recentissimo risultato elettorale ha indicazioni preziose da fornire anche a noi, purché lo si sappia comprendere, senza cadere nella tagliola di un giudizio frettoloso. Gli umori dell’elettorato sono complessi, e così le motivazioni, spesso avvolte in una contraddizione che, mentre ne svela un versante, ne nasconde un altro. Succede, del resto, la stessa cosa nella singolarità dell’animo di ognuno.

Cosa sono andati cercando gli elettori sassoni che hanno premiato così abbondantemente una destra estrema, addirittura in odore di neo‑nazismo? Hanno accarezzato la rivendicazione di un potere forte, disponibili a sacrificargli la loro libertà in cambio di ordine, sicurezza, affidabilità, stabilità? Oppure — e non è un paradosso — al contrario, a dispetto di ogni apparente evidenza, hanno cercato, appunto, spazi di libertà che non riconoscono più come tali?

In effetti, in Sassonia, a prescindere dalla sua declinazione politica nelle forme di una destra estrema, ha vinto l’“alternativa”. Un’alternativa che ha trovato lo spazio della propria affermazione nella culla ideale della propria identità originaria. Cieca e disperata forse, ma pur sempre un’alternativa: un rovesciamento radicale e repentino. Un bisogno, quasi fisico, di de‑coincidere da sé stessi, da una condizione esistenziale precaria e soffocante.

Qui sì, riecheggiando, in qualche misura, la legge del “blut und boden”: il sangue puro, non contaminato da altre etnie; il suolo della patria, inviolabile e sacro. Dunque, accarezzando una suggestione antica che, peraltro, non nasce con il nazismo, bensì lo precede e l’ha copiosamente alimentato.

Eppure, si dovrebbe dire che, prima di ogni ponderata valutazione, in Sassonia è scattato una sorta di riflesso condizionato, cioè “sottocorticale”, quasi ferino, irrazionale. L’istinto a sottrarsi a una condizione esistenziale, personale, familiare — prima che politica e sociale — avvertita e sofferta come una camicia di forza. Afferrando il primo salvagente possibile pur di galleggiare e nuotare al largo, fuori dal “sistema”.

Viviamo, infatti, in un “sistema”. In una gabbia — arrugginita per taluni, dorata per altri, eppure non è solo qui il punto — di rapporti consolidati, architettati ad arte, tali da non lasciare vie di scampo. Difficile coltivare un’attesa, vivere una speranza, immaginare un futuro.

Le diseguaglianze, l’impotenza di fronte a una cascata di eventi fuori controllo, la crisi climatica, le epidemie, le provocazioni della tecnica, gli orizzonti confusi della globalizzazione, la crescita esponenziale di una comunicazione che, infine, è assordante; la ricerca affannosa di consumi; infine — ma solo infine — le migrazioni. Gli elettori sono stanchi, smarriti, disaffezionati: non sanno più cosa credere, non sanno più cosa sperare. E non solo in Sassonia.

Domenico Galbiati

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