La crisi politica che scuote la Francia con la sfiducia al governo Bayrou e l’incarico affidato dal presidente Macron al centrista Sébastien Lecornu è il segnale che uno dei paesi cardine dell’Unione attraversa una fase di fragilità. La definizione di “nuovo malato d’Europa” non appare esagerata: debito in crescita, società divisa, sistema politico incapace di garantire stabilità. Ma se Parigi piange, Roma non può certo ridere: anche in Italia le crepe sono sempre più visibili. Francia e Italia condividono fragilità comuni e un destino parallelo. Entrambe hanno un debito pubblico tra i più alti del continente, una crescita asfittica e un diffuso malessere sociale. L’instabilità politica non fa che aggravare i problemi: a Parigi la fine del “macronismo” ha aperto una stagione di incertezza, a Roma il rischio è che un’eventuale sconfitta alle elezioni regionali incrini la tenuta della maggioranza e logori la premier Meloni. I sondaggi parlano chiaro: in Italia oltre il 40% degli elettori si dichiara indeciso o orientato all’astensione. Un segnale allarmante che richiama da vicino quanto accade in Francia, dove l’erosione del consenso ha spalancato la strada ai populismi.

Un destino intrecciato

Italia e Francia non sono Paesi qualunque: rappresentano, insieme alla Germania, l’asse storico dell’Europa. Se due dei tre pilastri traballano, l’intera costruzione comunitaria rischia di indebolirsi. Non è solo una questione politica, ma anche finanziaria: i mercati osservano con attenzione e puniscono l’instabilità. L’aumento dello spread, la pressione sul debito, la difficoltà di rispettare i parametri Ue sono minacce comuni, che potrebbero colpire entrambe le economie in parallelo. La storia dimostra quanto Roma e Parigi abbiano spesso condiviso cammini decisivi. Nel XIX secolo la Francia giocò un ruolo determinante nelle vicende del Risorgimento: senza l’appoggio di Napoleone III, la battaglia di Magenta e Solferino non avrebbe aperto la strada all’unificazione italiana. Ma già all’epoca la relazione era ambivalente: l’intervento francese fu fondamentale, ma la successiva ritirata lasciò l’Italia incompiuta, segno che l’intreccio tra i due Paesi è sempre stato complesso, fatto di cooperazione e tensione. Lo stesso schema si è ripetuto nel Novecento. Dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, Italia e Francia furono tra i Paesi che posero le basi della riconciliazione europea. Il Trattato di Roma del 1957, firmato insieme ad altri quattro Stati, fu il punto di partenza del processo d’integrazione che avrebbe dato vita all’Unione Europea. E ancora oggi, i due Paesi sono chiamati a cooperare, come testimonia il Trattato del Quirinale del 2021, volto a rafforzare la collaborazione bilaterale in materia economica, di difesa e di cultura.

Una lezione da cogliere

Il caso francese dimostra quanto sia sottile il confine tra consenso e logoramento. Macron, salutato come il leader della nuova Europa, ha visto il suo progetto implodere in pochi anni, lasciando spazio a tensioni sociali e nuove spinte populiste. Meloni, forte di un ampio mandato, non può permettersi di sottovalutare il segnale che arriva da oltr’Alpi: il tempo delle promesse facili è finito, servono credibilità, riforme concrete e un nuovo rapporto con i cittadini . Il rischio è che la nostra Presidente del Consiglio  segua la stessa parabola. E in un’Europa che affronta sfide geopolitiche, economiche e sociali senza precedenti – dalla guerra in Ucraina alla transizione energetica, fino alla gestione dei flussi migratori – non c’è spazio per due grandi Paesi malati. Italia e Francia dovrebbero essere motori d’integrazione, non anelli deboli. La storia comune dimostra che quando Roma e Parigi marciavano insieme, l’Europa si rafforzava; quando invece si sono divise, la fragilità si è ampliata. La lezione che la crisi francese consegna oggi all’Italia è chiara: non basta il consenso elettorale, serve una visione capace di resistere al tempo e di alimentare, insieme, il nostro ambizioso progetto europeo.

Michele Rutigliano

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