Uno degli vezzi più praticato è sicuramente quello del lamentarsi dell’Europa perché non esisterebbe. Unica responsabile per alcuni dei molti mali che, nonostante tutto, affliggono i paesi del Vecchio Continente. Un continente che, in realtà, gode di una pace interna e di una ricchezza diffusa come mai accaduto in duemila anni di storia.
Sarebbe inoltre molto facile elencare tanti altri aspetti positivi raggiunti grazie all’Unione europea. Dalla diffusione di tutele per i cittadini e per i consumatori – tra le altre, quelle per il controllo della salute pubblica, delle produzioni e della distribuzione degli alimenti – oltre che per la politica di coesione che ha consentito a tante aree interne sottosviluppate di crescere. E senza ovviamente ricordare la salvaguardia ambientale. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo.
Come sempre accade, però, la cattiva notizia mette nell’ombra le altre. E, molti, troppi ritardi, contraddizioni, complicazioni burocratiche e, soprattutto, il farraginoso e complesso meccanismo decisionale hanno indebolito non poco l’immagine e l’azione dell’Organismo sovranazionale. Anche se c’è da dire, ad onor del vero, che i più critici dell’Europa – raffigurata sempre in forma idealizzata e carica di messianiche attese, anche da parte dei suoi detrattori per colpirne meglio ruolo ed importanza – sono sempre stati quei nazionalisti che la criticano.
E con tutto ciò s’intrecciano gli interessi esterni. Quelli che guardano all’intero scacchiere mondiale e che, certamente, non gradiscono un quarto incomodo componente di una realtà che si vorrebbe più semplicemente ridurre al sistema tripolare Usa, Russia e Cina. E, in fondo, è stato così nei fatti fino alla caduta del Muro di Berlino. Un lungo periodo in cui la divisione bipolare del mondo portava inevitabilmente ad assegnare all’Europa occidentale il ruolo di mera propaggine americana nel continente euroasiatico.
Il passaggio da una entità preminentemente economica ad un’altra che ambiva, ed ambisce, a diventare soggetto autonomo ed attivo nelle dinamiche globali non è gradito a nessuno. Oltre a dover considerare che i rapporti speciali con gli Stati Uniti e l’integrazione nella Nato. Soprattutto dopo che questa, avendo questa esaurito la propria funzione storica di Alleanza dell’Atlantico del Nord, ha continuato comunque ad esistere secondo la logica che gli organismi creati dagli uomini tendono in ogni caso a sopravvivere e, persino, a far diventare ciò la loro vera ragione esistenziale. Anche tutto ciò ha reso più complicato il percorso delle strutture ufficiali europee. Le quali, in un contesto tanto articolato, non hanno potuto trovare sempre propri ambiti d’intervento adeguati alle trasformazioni intervenute nei processi mondiali innescati dalla globalizzazione, dal mutare degli equilibri economici e produttivi e, persino, dall’arrivo e dallo sfruttamento dei prodotti strategici necessari, ad esempio, allo sviluppo delle nuove tecnologie, com’è nel caso delle cosiddette “terre rare”. Quasi tutto è stato appesantito dalla naturale tendenza dei singoli stati nazionali a curare, sì, i rapporti con gli organismi sovranazionali europei, ma, al tempo stesso, perseguire loro specifici obiettivi. Non solo in Europa, ma anche nel resto del mondo.
Gli ultimi cinque anni, con l’epidemia da Covid, la grave crisi che ha colpito l’economia mondiale, l’impennata dell’inflazione, il tutto seguito, ed aggravato, dall’invasione russa dell’Ucraina, hanno fatto emergere ancora di più i limiti del processo di costruzione e di gestione europea. Non siamo certo alle condizioni che portavano lo Zar di Russia a definire l’Impero ottomano dei primi decenni del ‘900 come il “malato d’Europa”, ma secondo alcuni poco ci manca. Ed anche la guerra d’Israele contro i palestinesi ha confermato l’esistenza di variegate posizioni ed atteggiamenti che possono essere letti con la stessa chiave di lettura imposta dalla cura dei diretti immediati interessi e collegamenti – in particolare quelli con gli Stati Uniti di Donald Trump – di ciascun, singolo paese.
Eppure, bisogna riconoscere che qualche colpo viene battuto. Sia per quanto riguarda la guerra d’Ucraina, sia per le drammatiche vicende che stanno insanguinando la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.
L’Europa non si sta piegando alla logica trumpiana e putiniana di accordi raggiunti sulla propria testa e su quella degli ucraini. E questo- anche se ci porta alla terribile constatazione che il conflitto non ne verrà accorciato, ma allungato- rappresenta una sorta di novità, pure rispetto alle precedenti guerre degli ultimi decenni. In particolare, quelle degli anni ’90 e successivi in Iraq e, poi, in Afghanistan. Forse perché quello ucraino ha toccato, e tocca, direttamente la carne viva europea, gli equilibri dell’approvvigionamento energetico per decenni legato molto al gas russo ed anche perché lo sforzo bellico indiretto non è stato, e non rimane, di poco conto. Come il Presidente Macron spiegò a Donald Trump nel momento in cui gli ricordò alla Casa Bianca che gli europei, nel complesso, hanno rifornito del 60% – quindi più di quanto non abbiano fatto gli americani – l’esercito di Zelensky.
Stiamo certamente parlando, però, di un’altra Europa. Che non è quella caricata di attese quasi miracolose e collegata alle sue istituzioni ufficiali. Parliamo di un’Europa diversa al momento. Della quale non possono essere sottovalutati i rischi e l’innesco di future problematiche, come potrebbero essere quelli causati da uno smisurato riarmo germanico. Ma si presenta come l’unica esistente e capace di tenere accesi gli obiettivi e le finalità che furono alla base della determinazione dei Padri fondatori nel costruirla nell’avviarne i primi passi.
Assieme all’Europa ufficiale di Bruxelles e di Strasburgo vi è, infatti, quella del trio Francia, Germania, Regno Unito. Paesi i quali, sia pure con tante riserve mentali – ed una certa libertà d’azione che ciascuno di essi pretende e si prende – sta dettando la linea di fermezza sull’Ucraina nel mentre si avvia a tenere una posizione più decisa con Israele sulla Palestina. Cosa che significa un atteggiamento di maggior fermezza anche nei confronti di Donald Trump per costringerlo ad intervenire al fine di interrompere la spirale di cieca violenza cui Israele si è abbandonata dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre del 2023.
In questo contesto vediamo un’Italia che, volente o nolente, deve accodarsi a questa “diversa” Europa. I motivi sono ovvi e sono tutti di motivi preminentemente economici. Che fanno premio sull’impostazione ideologica coltivata per decenni da Giorgia Meloni, di fatto oggi, parzialmente più distante da Matteo Salvini, da Victor Orban e da quanti continuano a vagheggiare lo spazio per il nazionalismo. Ma la forza delle cose, persino i comportamenti concreti di Trump – che come non fece nulla per i britannici sollecitati da lui per primo ad uscire dall’Europa con la Brexit, certo, non potrebbe fare granché con eventuali fuoriusciti dall’Europa – continuano a dire che quel nazionalismo, male interpretato e, soprattutto, vissuto in termini retorici ed ideologici, non ha spazio alcuno per come sta andando il nostro mondo.
Giancarlo Infante