I media russi – taluni condotti niente meno che da amici personali di Putin – sostengono che il nuovo zar non vorrà incontrare Zelensky finché il leader di Kiev non avrà accettato le condizioni di Mosca sulla cessione di territori che il Cremlino pretende. Aggiungono che i leader europei hanno messo un cuneo tra Trump e Putin. Insomma, mettono le mani avanti per sapere chi incolpare, al momento giusto, del fatto che l’”operazione speciale” debba continuare.

Del resto, lo stesso Trump si è adattato a riconoscere un ruolo nella trattativa ai sette incontrati a Washington. Non perché abbia cambiato avviso nei confronti dell’ Europa, quanto per mostrare a Putin d’essere, in ogni caso, il loro riferimento immediato e, ad un tempo, coinvolgere interlocutori cui passare il cerino acceso, se mai le cose non dovessero andare per il verso giusto.

È chiaramente Putin a dettare il tempo ed a condurre il gioco. Se la ride del “cessate il fuoco” chiesto da Trump e continua a bersagliare i civili. Conferma, senza arretrare di un palmo, ciò che ha sempre sostenuto, cioè di voler continuare la guerra finché la Russia non avrà raggiunto tutti i suoi obiettivi, che, non va dimenticato, sono rappresentati originariamente dall’intera Ucraina come tale. Butta migliaia e migliaia dei suoi giovani nell’ inferno incandescente della guerra perché, da cinico qual è, pensa di averne talmente in eccedenza da poterli impunemente sacrificare in una partita dai tempi lunghi per battere l’esercito ucraino per consunzione, laddove non è riuscito a disfarsene, armi in pugno, sui teatri di guerra.

Basta unire i puntini ed immediatamente compare il disegno e la motivazione ferma di voler continuare la guerra, fino al collasso dell’ Ucraina. Non è escluso, in sostanza, che il tutto si riduca ad una turlupinatura di Trump da parte della Russia, e che il Presidente Usa, da mercante qual è, cerchi di scaricare la merce avariata sull’anello a valle della vicenda e, cioè, sull’Europa.

Non a caso, il famoso incontro trilaterale pare debba essere inteso come il momento sanzionatorio di una trattativa diretta tra Kiev e Mosca, di cui è facile prevedere quale possa essere l’esito. A quel punto, Zelensky sarebbe solo di fronte ad un Putin che va all’incasso del premio-partita, che la vigliaccheria di Trump gli ha già espressamente consegnato.

Gli europei perché dovrebbero fidarsi di questo accidentato percorso? È bene che stringato davvero quel tanto di unità d’azione che finalmente vanno mostrano. Eppure è lecito chiedersi se sia poi vero che tra i sette leader europei ci sia tutta l’unità che si vorrebbe far credere o non vi sia piuttosto qualcuno, in pectore, più trumpiano degli altri.

 

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