“Se tornasse Francesco..” è il titolo di un libricino di Carlo Bo, che meriterebbe di essere riletto, anche alla luce dell’acceso, eppure cieco, dibattito che attraversa una campagna elettorale grigia e scontata.

Il grande critico si interrogava ed immaginava cosa sarebbe successo se Francesco d’Assisi fosse tornato ed avesse bussato alla porta delle nostre case. Probabilmente – sosteneva Bo e vale pure per i nostri giorni – neppure gli apriremmo la porta, talmente lo sentiremmo lontano ed estraneo, incomprensibile, irritante, come lo avvertivano i suoi concittadini sulle pendici del Subasio. Come Bernardone, anche noi troveremmo strambo ed alienante, pretestuoso e provocatorio e addirittura irridente ed offensivo per chi la propria fortuna l’ ha costruita con un duro lavoro suo e dei suoi avi, quel suo privilegio per la povertà, non subita, ma addirittura ricercata, come condizione necessaria per la perfetta letizia che nasce dalla libertà dello spirito. Insomma, una roba da matti, un mondo alla rovescia.

Quella povertà che il nostro mondo non comprende, non accoglie e non soccorre perché, sostiene Bo, la imputa, come una colpa, allo stesso povero ed, in tal modo, tacita la coscienza e si solleva da ogni responsabilità. In un tempo di gravi diseguaglianze che umiliano ed avviliscono tante famiglie, nel bel mezzo di un confronto politico che sostanzialmente le ignora, lo sguardo libero di Francesco non opererebbe forse un taglio capace di riportare ad una visione dei valori umani in gioco nelle nostre dinamiche sociali, che sia immediata, fresca, autentica ?
Al punto di sorprenderci, come se scoprissimo l’ altra faccia della Luna, un mondo reale, ma inaccessibile, finalmente rivelato alla nostra coscienza assopita, cosicché, forse, potrebbe rinascere addirittura l’ entusiasmo , oggi del tutto spento, di un impegno nuovo.

Francesco ci direbbe che gli ultimi e gli emarginati – come i lebbrosi del suo tempo – gli scarti umani che vengono buttati fuori dal “sistema” per una legge intrinseca, a suo modo, necessaria, propria della logica di sviluppo che gli appartiene, sono, in ultima analisi, una riserva di energie morali e di richiamo al senso vero della vita, ben più di quanto siamo in grado di immaginare. Al di sotto dell’economia come la conosciamo ordinariamente, nei suoi aspetti produttivi o finanziari, ne corre un’altra, che attraverso percorsi carsici ed insondabili, traendo forza da fonti insospettabili, alimenta un flusso di valori umani che non sappiamo cogliere in tutta la sua evidenza, eppure si lascia, qua e là, intuire come una linfa che misteriosamente nutre il nostro contesto civile.

Basta riandare con la memoria alle anamnesi di tante cartelle cliniche stilate negli anni, per rendersi conto che non possiamo assolutamente disperare dei destini dell’umanità. Tali e tante sono le energie vitali che, ad esempio, solo una sonda penetrante, come la sofferenza dei genitori di tanti bambini sfortunati, riesce a raggiungere e fa scaturire dagli angoli maggiormente riposti della nostra identità più intima. E non si tratta di un discorso moralistico, ma di una evidenza, a suo modo, sperimentale, scientificamente asseverata.

Cosa c’entra, prima facie, la politica con tutto questo? Poco? Nulla? Eppure galleggia e naviga su questi
oceani di senso. E’ possibile, dunque, ad esempio, premiare il merito, ma, nel contempo, ripartire dagli esclusi, riassorbire gli ultimi, creare le condizioni perché ognuno abbia il “diritto di avere doveri”, cioè sia riconosciuto parte attiva della comunità, in quanto “persona”, quindi soggetto capace di donare e non ristretto a vivere della benevolenza e della solidarietà altrui? Grande valore la solidarietà, purché si sappia che prima viene la giustizia e di quest’ ultima si faccia strumento, non il solo, tra gli altri.

Anche oggi, anche in una società aperta, competitiva e conflittuale, votata al primato ed al successo come unico effettivo metro di giudizio e di valore, ad ognuno è dovuto, o meglio va riconosciuto, ciò che già di per sé ontologicamente gli appartiene.

La politica è in grado, attraverso un lavoro di millimetrica pazienza, necessariamente progressivo eppure tenace, di avviare un cambio di paradigma, di evocare quel processo di “trasformazione” che, per forza di cose, per molti aspetti la deve precedere nel cuore, nella cultura e nel costume della società civile, eppure, per parte sua, ha il compito di sostenere, di assecondare e, quando le riesce, di progettare? Sostituendo via via, un po’ per volta, al valore monetario, come baricentro della nostra convivenza, il valore di tutto ciò che è più autenticamente umano?
Forse Aldo Moro intendeva così quella “società del valore umano” che evocava nei suoi scritti fin dagli anni giovanili?

Domenico Galbiati