Cosa dicono i verbali
Ininterrottamente nei giorni scorsi, in tutti i media, televisione in testa – per drammatizzare ed accrescere l’attenzione del pubblico sui violenti disordini verificatisi a Milano ed in alcune altre grandi città italiane – è stato sottolineato come un numero significativo dei giovani e giovanissimi arrestati o identificati nel corso e dopo gli scontri sarebbero immigrati di seconda generazione. Una notizia che ha trovato effettivo riscontro nei rapporti delle forze dell’ordine e nelle cronache delle testate più affidabili.
Il fenomeno emerge dai verbali e nei bilanci di polizia e carabinieri, dove figurano effettivamente diversi ragazzi definiti come “italiani di seconda generazione”. Cioè dei figli di immigrati, ma nati in territorio italiano, o arrivati da piccolissimi, che spesso non hanno ancora formalmente acquisito la cittadinanza o l’hanno ottenuta da poco.
Molto significativa è anche l’assenza di precedenti penali per la stragrande maggioranza di questi ragazzi. Si tratta infatti di persone senza precedenti specifici o segnalazioni per reati analoghi di guerriglia urbana. Molto raramente appartengono a nuclei eversivi o storici gruppi militanti strutturati, e i loro casi si configurano piuttosto come episodi di disagio giovanile, emulazione o aggregazione estemporanea guidata anche da dinamiche sui social.
Le cronache investigative hanno infatti evidenziato come dietro a certe mobilitazioni e tafferugli abbiano spesso agito reti di social media e gruppi di comunicazione (tramite piattaforme di messaggistica) capaci di mobilitare rapidamente adolescenti e giovani delle periferie urbane.
Disagio, non regia eversiva
Insomma, se è un fatto che tra i manifestanti e i fermati negli scontri recenti vi è una componente significativa di giovani e giovanissimi “italiani di seconda generazione”, gli stessi inquirenti sottolineano che si tratta di un fenomeno complesso in cui si mescolano il disagio sociale delle periferie metropolitane, e l’utilizzo virale dei social media, e non una regia politica o eversiva tradizionale.
Per capire il contesto in cui questi fatti avvengono, va ricordato un dato strutturale, che può essere considerato come il più grave tra i fenomeni endogeni del declino italiano di cui abbiamo già recentemente parlato su queste pagine (CLICCA QUI): il cosiddetto “inverno demografico”.
Una “stagione”, questa, dagli effetti praticamente irreversibili. E cui sembra assai difficile possa, nel futuro prevedibile, fare seguito una “primavera” più clemente. Nel 2025, infatti, l’Italia ha avuto 355.000 nascite e 652.000 decessi, cioè un saldo naturale negativo di circa 296.000 persone. Un fenomeno che, ripetendosi anno dopo anno con divari crescenti, ha portato a un invecchiamento drammatico della popolazione. Tanto che oggi il numero degli ultraottantenni supera quello dei minori di dieci anni, e la percentuale di donne fertili sul totale è in costante diminuzione. Un ambiente, insomma, sempre più permeato dai valori degli anziani, e non molto aperto a quello dei giovani, anche di quelli autoctoni. Che non a caso sono da un decennio ed oltre, protagonisti di un nuovo fenomeno di migrazione dall’Italia verso l’estero.
Nella quotidianità questo declino è poco avvertito perché molte attività continuano a funzionare grazie alla disponibilità sul mercato del lavoro di prestatori d’opera provenienti dall’estero, in grado di occupare le funzioni lasciate scoperte dalla riduzione della popolazione autoctona. È un passaggio di mano che pone molti meno problemi di quanto vogliano far credere politicanti di quart’ordine che sfruttano a fini propagandistici istinti razzisti presenti negli strati più incolti e fragili della società.
Jus soli e jus scholae: riconoscimento, non creazione
Da anni, a questo proposito, nei circoli politici del nostro Paese si discute di jus soli e di jus scholae, cioè se sia opportuno o meno tentare di compensare almeno parzialmente le ferite causate dal declino demografico, conferendo la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati, purché nati e cresciuti in Italia, oppure che abbiano completato nel nostro Paese un ciclo completo di studi.
Si tratta – e su questo non c’è contestazione possibile – di una misura che di per sé sarebbe estremamente utile per l’economia e soprattutto per la pacifica convivenza sociale. Anche se dal punto di vista demografico, ovviamente, conferire la cittadinanza non “crea” dei nuovi italiani. Semplicemente, riconosce come cittadini della Repubblica un certo numero di giovani che sono già fisicamente presenti nel Paese e che vi hanno trascorso gran parte del loro periodo formativo. E, soprattutto, che raramente hanno un “loro Paese” dove fare ritorno qualora movimenti estremisti imponessero loro la “remigrazione”.
Questa forza lavoro è oggi già inserita nella società italiana. Però soltanto di fatto, non di diritto. E la cui non-accettazione, il cui non-riconoscimento – contrariamente a quello che si vorrebbe far credere – comporta aspetti negativi soprattutto per il Paese che li accoglie. Tenendoli sotto la minaccia della “remigrazione”, infatti, non si fa di loro degli “stranieri”: si fa di loro italiani di serie B, o peggio, persone che si sentono private dei loro diritti fondamentali. E questo, inevitabilmente, li porta – e sempre più li porterà – a sviluppare risentimento verso gli italiani “di serie A”. Così come verso quelle autorità che li mantengono in una posizione di semi-cittadinanza, quasi una forma moderna di subordinazione civile, per non dire semi-schiavitù.
I valori europei
In un passato ancora recente, parlare d’Europa era un modo quasi infallibile per suscitare consenso tra gli italiani più civili e soprattutto più giovani. Oggi la rinascita dei sovranismi – soprattutto grazie al voto di un elettorato sempre più anziano – rischia di far parzialmente svanire questo consenso. I corridoi di Bruxelles, e soprattutto di Strasburgo, cominciano ad emanare un “odore di muffa, di polvere, di archivi mal areati”. E parlare d’Europa per mobilitare il pubblico è diventato piuttosto difficile.
È utile ricordarlo. Perché aiuta a collocare anche la discussione su jus soli e sugli immigrati di “seconda generazione” fuori dal quadro strettamente nazionale, dei decreti repressivi a pioggia – e da quello della costruzione di nuove carceri minorili – per inserirla nel più ampio quadro geo-politico ed ideologico internazionale. Un quadro caratterizzato politicamente dalla fine della contrapposizione tra comunismo e liberal-democrazia, ed economicamente dall’occasionale venir meno di tre fattori favorevoli – energia a basso costo dalla Russia, crescita trainata dai mercati globali, sicurezza militare affidata agli USA. Con la conseguente rimessa in discussione dei modelli valoriali.
In questo quadro, il riconoscimento, a livello nazionale, della cittadinanza dei ragazzi di un’altra origine, ma nati e cresciuti insieme ai nostri figli non è una concessione, ma un rilancio dei valori europei. Una delle poche leve realistiche per non trasformare il disagio giovanile già visibile nelle periferie in una frattura permanente.
Giuseppe Sacco

