La nostra capacità di adattamento è la nostra forza, ma purtroppo anche la nostra debolezza. Ci lasciamo plasmare dagli eventi e, fino ad un certo punto, è giusto che sia così, ma vi deve pur essere un Rubicone che la nostra coscienza civile dovrebbe rifiutarsi di attraversare.

Ricorrono sei mesi dall’ avvio in Ucraina dell’ “Operazione Militare Speciale”, ordinata da Putin e la guerra si è fatta largo nel nostro universo mentale, vi si è accomodata, cosicché non provoca più scandalo. Crea allarme, questo si, ma pur sempre in ragione dei suoi effetti collaterali che turbano la passabile ordinarietà della nostra vita quotidiana. Il grano non ci riguardava, ma l’energia ci tocca da vicino ed è il punto per cui la cosa ancora disturba, nella misura in cui, di fatto, ci porta la guerra in tasca. Una guerra di cui non si intravede una via d’uscita, anche perché sostenuta da una sorta di fanatismo ideologico, orientato a riaffermare, sullo scacchiere internazionale, il ruolo di grande potenza cui il comunismo aveva innalzato l’Unione Sovietica, a suo modo erede di un nazionalismo atavico che torna a soffiare sulla Piazza Rossa.

Putin, non a caso uomo del KGB, il gruppo dirigente che lo attornia, la stessa Chiesa Ortodossa non hanno ancora elaborato il lutto di un imperialismo decaduto che vorrebbe risorgere e sogna di plasmare un nuovo ordine internazionale, che sia capace di imporsi alla fiacchezza morale, imputata al mondo occidentale e democratico.
Eppure si dovrebbe, al contrario, studiare quello che ottant’anni di oppressione comunista hanno provocato nel cuore e nella mente del popolo russo, come lo abbia snervato ed addomesticato fino a renderlo, salvo poche nicchie di resistenza, di fatto passivo, rassegnato e succube al potere sordo di Putin e dei suoi accoliti.

L’ Europa tiene sostanzialmente il punto, ma la ferita che l’attraversa è profonda e Putin conta di giocare sui tempi lunghi, resta in attesa di una resistenza che via via si affievolisca, di un sentimento di stanchezza che progressivamente abbandoni quella solidarietà finora tributata al popolo ucraino. A questo punto – detto sommariamente – gli scenari da considerare sono almeno tre: quello interno ucraino, quello europeo e quello internazionale. Al popolo ucraino dobbiamo gratitudine. La sua è una lotta di resistenza e le ragioni per cui va sostenuta – anche con l’ invio di armi – non sono venute meno dai giorni dello scorso febbraio.

Una pace che umiliasse il popolo e la nazione ucraina non sarebbe tale, ma piuttosto un procrastinare in forme striscianti un conflitto che finirebbe per dare ragione all’aggressore, il che legittimerebbe ogni possibile vulnus al diritto internazionale. Per quanto concerne il teatro europeo, la guerra in Ucraina è un passaggio dirimente, un crinale che può decidere, non solo sul piano delle politiche adottate, ma soprattutto in quanto al costume ed alla coscienza civile dei popoli del vecchio continente, se l’Europa ce la fa o meno ad essere all’altezza del compito che la sua storia le assegna in questa fase cruciale.

Sul piano internazionale, per quanto sia necessario rimettere a fuoco i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, è fuori dubbio che il confronto tra ordinamenti democratici ed autocrazie – guardando, in particolare, all’atteggiamento enigmatico e subdolo della Cina – resti un nodo centrale da affrontare, sicuramente in termini di sicurezza militare e di crescita economica e produttiva, ma soprattutto sul piano dei valori umani e civili in gioco.

Domenico Galbiati