I sistemi liberali del mondo libero sono in crisi. Si tratta di quei Paesi che fino a ieri ritenevano di essere investiti della missione di esportare le proprie formule democratiche in giro per il mondo. Lo Stato liberale è lo Stato delle libertà. Allora la constatazione è che la crisi tocca nel profondo il regime delle libertà.

Sulla crisi dello Stato liberale si moltiplicano le analisi di giuristi, filosofi, economisti. Sul piano economico alcune ricette sembrano in grado di tamponare, almeno nel breve periodo, le ferite inferte dalla globalizzazione, rinviando le risposte più radicali a data da destinarsi. Sul piano politico invece le difficoltà sono più profonde, perchè la globalizzazione va ad incidere sulle stesse regole della convivenza democratica.

In realtà, la condizione delle società occidentali non è soltanto di crisi, ma di decadenza, perchè ad oggi manca completamente la consapevolezza della profondità delle problematiche che incombono sul mondo libero e di conseguenza manca l’elaborazione di ogni strategia di uscita. Questa è l’odierna situazione. Da qui il dovere di uno sforzo di approfondimento, da compiere con l’ausilio del miglior pensiero, al fine di riscoprire le residue ragioni esistenziali delle società democratiche.

Jürgen Habermas, giurista, filosofo e sociologo tedesco, nell’ammettere che la liberaldemocrazia è il sistema che garantisce il più ampio ventaglio di diritti individuali, riconosce tuttavia che questi diritti non sono assoluti e competono tra loro, in assenza di un ordine gerarchico che gli dia ordine.

Ad esempio. Il diritto di procreare si scontra con la famiglia naturale. I diritti dei figli concorrono con quelli dei genitori. Le regole dell’economia confliggono talora con l’ambiente e l’ecologia. La società della comunicazione cozza con la riservatezza delle sfere individuali.

La causa di tutto ciò sta nel fatto che l’occidente si caratterizza sempre di più come il luogo di diritti “senza anima”: una sommatoria sparpagliata di prerogative individuali la cui somma non identifica la comunità.

Nietzsche esprimeva questa situazione con la nota affermazione: “Dio è morto”, senza attribuirgli un significato teologico. Nietzsche infatti non intendeva affermare il trionfo dell’ateismo, quanto constatare la fine di un’epoca, dominata dalla cultura dei valori cristiani. É l’umanesimo cristiano che è morto, quella cultura che ha retto le sorti del pensiero europeo e ha dato senso all’Europa.

Le corti costituzionali e le corti internazionali sono molto attive nella ricerca del giusto equilibrio nel riconoscimento dei diritti. Tuttavia, senza una cornice di pensiero esistenziale condiviso, non possono fare altro che assumere decisioni oscillanti tra “progressismo” e “conservatorismo”, altalenanti e prive di anima.

Anche G. Zagrebelsky ritiene che le migliori costituzioni democratiche non possono prescindere dal riconoscimento di comuni fattori culturali, preesistenti alla politica, idonei a dare consistenza e omogeneità agli ordinamenti liberali.

Per Simone Veil, filosofo, primo presidente del Parlamento Europeo, il senso di comunità è frenato, oltre che dalla volontà di potenza, dall’assenza di “ispirazione religiosa”: da intendersi quale ispirazione laica in senso alternativo alla forza bruta.

Questa consapevolezza viene da lontano, dagli stessi ideologi giacobini della rivoluzione francese, da Rousseau a Robespierre. Questo ultimo, nel discorso pronunciato alla Convenzione il 7 maggio 1794, affermava: «Ciò che supplisce all’autorità umana è il sentimento religioso che imprime nelle anime l’idea della sanzione data ai precetti della morale da una potenza superiore all’uomo».

L’appello ai valori pre-politici è oggi soprattutto di Wolfgang Böckenförde, filosofo e giurista tedesco, sostenitore dell’utilità civile del senso religioso. Secondo lui: «Lo Stato liberale può esistere solo se la libertà che garantisce ai suoi cittadini è disciplinata dall’interno, vale a dire a partire dalla sostanza morale del singolo individuo e dall’omogeneità della società».

In realtà i partiti si sforzano di dare risposte ai bisogni materiali, mentre l’uomo rivendica, talora inconsapevolmente, anche i propri bisogni spirituali, quelli di natura etica, civile, sociale.

Per Simone Veil l’anima umana non vive da sola, aspira all’ordine, a un tessuto di relazioni, a una comunione di vita. Aggiungiamo noi: l’uomo aspira a vivere in armonia, oltre che con il prossimo, anche con il creato.

L’attestazione del legame tra i valori dell’ecologia naturale e sociale, descritti nell’enciclica Laudato Si di Papa Francesco, è il manifesto più originale per restituire all’uomo il senso dell’ispirazione universale, il senso laico e religioso della vita in comune.

Guido Guidi