Per poter pensare di sconfiggere la Destra serve un “fatto nuovo” nella politica italiana. Il paradosso è che più diventa evidente questa necessità, più cresce la frammentazione dentro l’area culturale e politica che a questa necessità potrebbe e dovrebbe dare una risposta compiuta.
Qualcuno attende un sistema elettorale proporzionale “puro”, che con tutta evidenza non arriverà. Per inciso: non ci sono sistemi elettorali buoni o cattivi in assoluto. Ogni sistema, in ragione delle situazioni del tempo, può avere effetti distorsivi se non supportato da un elemento che ne costituisce il “prius”: cioè la Politica, con la sua capacità di “rappresentare” i cittadini e di offrire proposte di futuro al Paese.
Qualcun’altro coltiva posizionamenti tattici, in qualche caso eterodiretti, che potranno avere semmai il ruolo di una aggiuntiva cifra elettorale (temo non significativa), ma non certo un vero valore politico tale da concorrere, appunto, a costruire un fatto nuovo. Altri ancora preferiscono attendere gli eventi, scordandosi che nelle vicende politiche gli eventi sono il frutto delle iniziative o delle latitanze di ciascuno.
In questo quadro – che così lascia pensare purtroppo ad una lunga vita della Destra al Governo – ci sono cinque punti di possibile speranza (“spes contra spem”) sui quali lavorare con urgenza.
Primo. Le iniziative “pre politiche” che cercano di “seminare” nuova consapevolezza democratica e partecipativa. Non sono iniziative immediatamente “politiche”, ovviamente, ma hanno un compito essenziale. Senza un risveglio di valori e di coscienza comunitaria, nessun progetto politico può cambiare veramente le cose.
Secondo. Il dialogo iniziato da (troppo) tempo tra alcune “start up” politiche, nazionali e locali (abbiamo la non rinunciataria umiltà di definirle così) che si richiamano al vero pensiero del Popolarismo di laica ispirazione cristiana – quello che sa mantenere il degasperiano “confine a destra” – ma che fino ad ora non hanno avuto il coraggio e la generosità di mettere a fattor comune le loro esperienze. Speriamo che ciò avvenga a breve. Un soggetto politico di questa ispirazione – ontologicamente autonomo, benché senza alcuna presunzione di auto sufficienza e consapevole dei doveri di laica mediazione culturale e politica della dottrina sociale della Chiesa, secondo i valori della nostra Costituzione – sarebbe essenziale per poter affrontare le sfide democratiche e sociali del “tempo che ci é dato di vivere”, per dirla con Aldo Moro.
Terzo. La presenza di alcuni soggetti politici che, pur con le loro contraddizioni e le loro reciproche incompatibilità più personali che politiche, cercano a loro volta, con ispirazioni culturali in parte diverse da quelle del Popolarismo, di dare risposta alla domanda di uno spazio alternativo alla Destra, senza identificarsi (totalmente o in parte) con la postura politica e con le proposte programmatiche del “Campo Largo” come oggi configurato. Mi riferisco in particolare, ma non solo, a Matteo Renzi e a Carlo Calenda.
Quarto. Il dibattito interno al Partito Democratico, che a me non interessa affatto dal punto di vista “correntizio”, non essendo il mio partito di appartenenza. Mi interessa invece per capire se questo partito é capace o no di esercitare un ruolo per la costruzione di una alternativa credibile alla Destra o se intende contendere a Conte la sola leadership della attuale (e futura, temo) opposizione.
Quinto. L’iniziativa di Ernesto Ruffini, che ha riunito qualche giorno fa a Roma i suoi “Comitati + Uno”, con una grande partecipazione. Personalmente, ne vedo una importante valenza ed una incognita ancora aperta.
La valenza. É una iniziativa che mobilita persone in larga parte esterna ai perimetri della militanza partitica attuale e può dunque suscitare interesse in chi si è allontanato dalla partecipazione alla democrazia. Questione di assoluta rilevanza. Pone inoltre il tema fondamentale che non basta essere “contro”: occorre avere un progetto.
L’incognita. L’Ulivo, che Ernesto Ruffini ha richiamato, pur avendo avuto al tempo la capacità di coinvolgere tante persone fuori dai perimetri delle strette appartenenze, era fondato essenzialmente su una pluralità di partiti, ciascuno con la sua identità autonoma ma accomunati da un progetto per il Paese, nonché da una leadership riconosciuta ed autorevole. Era più di una semplice “coalizione elettorale” e meno di un “partito unico”.
La difficoltà del centro sinistra a resistere al vento di questo tempo deriva anche dalla scelta di trasformare l’Ulivo, o gran parte di esso, in un partito unico. Ciò ha accresciuto la crisi di rappresentanza delle principali culture politiche democratiche e riformiste del Paese.
Per immaginare una alternativa credibile alla Destra ed alla sua pervasività nella società italiana, occorre ricostruire sia un vero progetto di governo, sia un quadro di rappresentanza politica diverso da quello attuale. La Costituzione parla di “partiti”. Sappiamo bene che, nel nostro tempo, non possono essere configurati nelle modalità del novecento: servono nuove forme e nuove concezioni. Ma sempre di formazioni politiche, con la loro peculiare ispirazione, si tratta, se vogliamo che la partecipazione politica non si riduca al voto, ogni tot anni, da parte di una minoranza sempre più ridotta di cittadini.
Quello che serve, a mio parere, è dunque sviluppare e poi unire – con coraggio e generosità – i cinque punti di speranza di cui sopra. Certo, come nel gioco della Settimana Enigmistica, appaiono puntini isolati. Ma non è così impossibile derivarne un disegno.
I puntini ci sono. Il disegno ancora no. Trasformare i primi nel secondo é, in fin dei conti, il senso e la vocazione della “Politica”. Occorre però alzare lo sguardo: appunto, dai puntini oggi disseminati sul foglio al possibile disegno. Il Paese, l’Europa e la Democrazia richiedono e meritano questo sforzo.
La posta in gioco non è banale.
Lorenzo Dellai