Sul “Corriere della Sera”, Federico Fubini e Antonio Polito scrivono un articolo che rappresenta un fervente manifesto a favore del riarmo europeo, sostenendo che l’Europa non spenda in modo adeguato nel settore della Difesa e che, al contrario, dovrebbe aumentare i propri investimenti. Il punto di riferimento principale nella loro argomentazione è il tentativo di controbattere a uno dei principali cavalli di battaglia del movimento pacifista che sottolinea come la Russia sostenga una spesa inferiore di circa 150 miliardi di euro rispetto ai 381 miliardi europei. Per i due autori, questa argomentazione sarebbe fuorviante.
Innanzitutto, Fubini e Polito affermano che il paragone tra le spese militari europee e russe sarebbe sbagliato, sostenendo che le armi d’attacco costano meno di quelle per la difesa. Questa asserzione, pur essendo parzialmente vera, ignora che il valore assoluto della spesa è ciò che conta in termini di capacità offensiva e difensiva. Affermare che “Dire che l’Europa spende di più della Russia in armi è come dire che gli Usa spendono di più in welfare della Svezia”, è riduttivo e sposta totalmente i termini del ragionamento. La spesa sociale può e deve essere misurata in relazione al numero di cittadini che ne beneficiano, mentre un incremento della spesa militare non necessariamente si traduce in una maggiore sicurezza o efficacia.
La loro proposta di aumentare il budget dedicato alla Difesa si scontra con una seconda contraddizione: l’idea che l’Europa debba competere con una Russia che produce armi a costi molto inferiori. L’argomento secondo cui l’Unione Europea deve investire di più per eguagliare la produzione russa, basata su vaste risorse naturali e una tradizione industriale solida, pone infatti un dilemma. Se veramente l’Europa dovesse aumentare la propria spesa militare per contrastare queste condizioni favorevoli della Russia, si correrebbe il rischio di dover assorbire una parte sostanziale delle altre spese pubbliche vitali, come la sanità o l’istruzione. Questo scenario non solo risulterebbe insostenibile, ma metterebbe a repentaglio il benessere economico della popolazione rendendola tra l’altro permeabile a forme di guerra ibrida.
Il vecchio dilemma burro o cannoni.
Infine, emerge un’ulteriore contraddizione, di carattere economico e geopolitico. I miliardi spesi dalla Russia per la difesa restano in patria, sostenendo la propria economia, mentre la spesa militare europea ha un alto rischio di riversarsi nelle tasche delle aziende di difesa americane. Ciò non solo accrescerebbe una dipendenza strategica dagli Stati Uniti, ma condurrebbe a una situazione insostenibile, mettendo in discussione la stessa autonomia strategica dell’Europa.
Il dibattito sul riarmo europeo solleva interrogativi fondamentali e meriterebbe ben altre capacità argomentative. Non è sufficiente affermare l’urgenza di aumentare la spesa per la difesa; è cruciale che i leader europei considerino le effettive ricadute delle loro politiche, evitando di cadere in una spirale esponenziale di militarizzazione che non porterebbe necessariamente a una maggiore sicurezza ma piuttosto a una destabilizzazione economica e geopolitica.
Italo Della Ragione