L’opinione pubblica prevalente è convinta che l’Europa (o meglio l’Unione Europea) debba fare un chiaro salto di qualità e diventare capace di giocare un ruolo più assertivo sulla scena internazionale anche per bilanciare le azioni di altri soggetti (dalla Russia di Putin, agli Stati Uniti di Trump, alla Cina di Xi) che sembrano volere mettere al centro le ragioni della forza.

Ottime idee ma che troppo spesso restano nel vago su come questo obiettivo possa essere raggiunto. In particolare è
sui mezzi necessari per muovere in questa direzione che si fa poca chiarezza. Forse dovremmo riflettere almeno un po’ su come sono state “fatte” la Francia, o la Germania o l’Italia. Dovremmo ricordare che queste realtà politiche, che certo non sono esistite “da sempre”, per guadagnarsi un posto al sole in un contesto internazionale molto competitivo e assicurarsi una coesione capace di tenere a bada i molti particolarismi interni hanno richiesto la accumulazione di importanti risorse finanziarie, burocratiche e militari oltre che meccanismi efficaci di legittimazione della propria autorità.  Non si vuol dire con questo che l’Unione Europea dovrebbe seguire pedissequamente il loro esempio, anche perché è nata proprio per evitare alcune chiare storture negative di quei processi che avevano avuto conseguenze disastrose.

“Fare l’Europa” sarà necessariamente e sperabilmente diverso; non si può però pensare che “il pasto sia gratis” come ci ricorda un grande economista (Milton Friedman, There’s No Such Thing as a Free Lunch, 1975).

Veniamo allora al tema delle risorse, anche perché proprio in questi mesi è doppiamente al centro del dibattito a Bruxelles (un po’meno se ne parla a casa propria perché molti governi, tra i quali quello italiano, hanno una certa pudica reticenza a discutere di queste cose con il proprio popolo che non si ama troppo mettere di fronte alle realtà difficili). Di risorse si discute infatti perché da un lato è all’ordine del giorno il bilancio settennale (2027-2034) dell’Unione che definirà la somma totale delle risorse disponibili per quel periodo ma anche le sue articolazioni tra i vari settori di spesa, dall’altro si dibatte su come finanziare gli aiuti europei all’Ucraina in questa fase in cui la fine della guerra non sembra essere alle porte.

Per quel che riguarda il quanto del bilancio settennale al momento sembra che il punto di caduta nella trattativa tra la Commissione e il Consiglio Europeo, che deve passare poi al vaglio del Parlamento Europeo, sia intorno al 1,26% del PIL complessivo dei paesi dell’Unione, cioè circa 2.000 miliardi di Euro (e quindi circa 285 miliardi all’anno). È tanto? è poco? Rispetto al passato c’è stato un incremento: il bilancio pluriennale 2021-2027 prevedeva 1.076 miliardi ai quali però erano da aggiungere 750 miliardi del Next Generation EU (il fondo che ha pagato i PNRR nazionali).

Se confrontiamo questi numeri con quelli nazionali ci accorgiamo subito che l’Unione Europea “costa poco” (e quindi dà anche poco). Per l’Italia come attesta la Ragioneria Centrale dello Stato la previsione della legge di bilancio per il 2025 è di 915 miliardi (per competenza) sul fronte delle uscite (mentre le entrate ammontano a circa 729 miliardi, cui si devono quindi aggiungere circa 187 miliardi a debito per pareggiare i conti). Per non perdere la testa con i trilioni, calcoliamo allora la spesa pro capite: la EU con circa 450 milioni di abitanti spende all’anno 633 € a testa, in Italia con 59 milioni di abitanti la spesa pubblica pro capite è di 15.508 € cioè 24 volte superiore. O se vogliamo
guardare da un’altra prospettiva la spesa annua della EU per il prossimo periodo contabile e per tutti i 27 paesi (ma presto diventeranno di più) sarà circa il 30% di quella italiana.

L’EU ha dunque oggi le dimensioni di un nano finanziario rispetto ai suoi paesi membri. Possiamo capire meglio le basi di questo nanismo se guardiamo alla famosa burocrazia di Bruxelles contro cui spesso si scagliano alcuni nostri politici. Al momento i numeri sono di circa 32.000 dipendenti della Commissione Europea e circa 60.000 per tutte le istituzioni europee (Parlamento, Consiglio, ecc…) rispetto ai circa 3.000.0000 italiani. Anche se i funzionari europei
sono in media molto meglio pagati, è ovvio che le loro retribuzioni complessive incidono molto meno sul bilancio dell’Unione.

Il fatto è che l’Unione Europea è in parte molto significativa un soggetto “regolatore” e molto meno un soggetto “erogatore di servizi” e “distributivo” nei confronti degli stati membri e dei suoi cittadini. In sostanza si dedica molto a regolare con interventi legislativi (“regolamenti” nel gergo di Bruxelles) il mercato interno per renderlo unificato (impresa non piccola e ancora non del tutto compiuta), a negoziare i rapporti commerciali internazionali, a stabilire i
parametri ambientali, ecc., mentre distribuisce poche risorse direttamente o indirettamente ai cittadini e quelle che distribuisce vanno in gran parte agli agricoltori (con la politica agricola comune) o alle aree meno sviluppate dell’Unione (i fondi regionali).

Non spende invece per insegnanti, bidelli e professori, per medici e infermieri, per giudici e cancellieri (se non in piccola misura), per ufficiali e soldati, per poliziotti e carabinieri, ecc. Se vogliamo paragonare la UE ad uno stato europeo rispetto alle funzioni (su una scala di importanza da 0 a 5) abbiamo due immagini assai diverse che finora ci sono andate abbastanza bene (anche se qualcuno bofonchia sempre)

Ma se vogliamo che l’Europa si prenda cura di altre cose come la difesa da non così eventuali aggressori, una
presenza equilibratrice nel Medio Oriente, il sostegno all’innovazione tecnologica, una significativa promozione dello sviluppo in aree del mondo che ne hanno bisogno, o che eserciti un peso maggiore nelle trattative commerciali e magari contribuisca a bilanciare meglio le condizioni economico-sociali dei suoi cittadini, perché in tutti questi campi l’azione dei singoli stati non è sufficiente (come abbiamo visto nelle tre grandi crisi – finanziaria, pandemica e bellica – degli ultimi decenni) il tema delle risorse diventa urgente. Molto poco di quanto sopra si potrà fare con il bilancio attuale.

Non è un caso che l’altro tema oggi all’ordine del giorno – il sostegno finanziario all’Ucraina per aiutare il paese aggredito a difendersi e a ricostruirsi dopo le enormi distruzioni della aggressione russa  – ponga in maniera cruda e impellente la questione delle risorse. Dove trovarle? Poiché coprire con il bilancio attuale (o prossimo) un importo che potrebbe aggirarsi sui 135 miliardi di euro per il biennio 2026-2027 non è pensabile, la Presidente della Commissione ha indicato tre alternative (e ha chiesto al Consiglio Europeo, cioè agli stati membri una decisione entro dicembre): utilizzare i fondi russi (circa 160 miliardi) per lo più congelati in Belgio, ricorrere a un indebitamento comune dell’Unione (garantito dagli stati), oppure a un contributo cumulativo a fondo perduto dei paesi membri.

Ciascuna di queste opzioni significa affrontare un cammino inedito e non privo di problemi. La prima opzione può comportare l’apertura di spinosi conflitti legali a livello internazionale (e suppone anche la corresponsabilità di tutti gli stati membri con il Belgio). La seconda richiede di rompere definitivamente il tabu del debito europeo (gli eurobonds) e di affiancarlo possibilmente con una maggiore capacità di tassazione dell’Unione. Il terzo significa scaricare sulle spalle degli stati un peso difficile da far digerire alle opinioni pubbliche. La scelta che si farà nei prossimi mesi avrà un significato “costituente” per il futuro dell’Unione e ha quindi a che fare con la visione che vogliamo avere per il domani, una visione che dovrebbe nascere dal fatto che non siamo “visionari” ma intelligenti “realisti”. Di questo però parleremo un’altra volta.

Maurizio Cotta

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