L’allarme lanciato nei giorni scorsi dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sullo spopolamento delle regioni meridionali non è una sorpresa, ma la certificazione di un fallimento annunciato. Mezzo secolo di regionalismo nel Sud Italia ha prodotto risultati molto deludenti: intere aree si stanno svuotando, i giovani fuggono verso il Nord o l’estero, e il tasso di natalità è crollato a livelli drammatici. L’emergenza demografica è certificata dai numeri. Le proiezioni Istat dipingono uno scenario molto critico: senza i flussi migratori, l’Italia del 2100 potrebbe vedere dimezzata la sua popolazione. Ma il Sud anticipa già questo futuro distopico. Regioni come Molise, Basilicata e Calabria registrano da anni saldi demografici negativi che assumono proporzioni allarmanti. E purtroppo, il fenomeno non si limita ai piccoli centri dell’entroterra, ma investe anche città storicamente popolose come Napoli, Bari e Palermo. Che vedono ridursi il numero di residenti, mentre i loro hinterland si trasformano in deserti demografici. La denatalità galoppa: il tasso di fecondità nel Mezzogiorno è sceso sotto l’1,2 figli per donna, ben al di sotto della soglia di ricambio generazionale.
L’emorragia dei cervelli che non si ferma
In tutto questo scenario, purtroppo, il dramma più evidente è l’esodo giovanile. Ogni anno, decine di migliaia di ragazzi meridionali lasciano le loro terre d’origine per cercare opportunità al Nord o all’estero. Non si tratta solo di braccia che se ne vanno, ma soprattutto di cervelli: laureati, specializzati, giovani imprenditori che portano via energie, competenze e prospettive di sviluppo. Il paradosso è stridente: il Sud investe risorse pubbliche per formare i suoi figli migliori nelle università locali, per poi vederli partire verso Milano, Torino o Monaco di Baviera. Un trasferimento netto di capitale umano che impoverisce ulteriormente territori già in affanno e alimenta un circolo vizioso senza fine.
Il fallimento delle politiche regionali
Cinquant’anni di regionalismo meridionale hanno dimostrato tutti i loro limiti. Le Regioni del Sud, anziché diventare motori di sviluppo e attrattori di investimenti, si sono spesso trasformate in mastodontici apparati burocratici, caratterizzati da inefficienza, clientelismo e sprechi. Gli enti regionali meridionali hanno bruciato miliardi di euro in progetti faraonici mai completati, in consulenze inutili, in una miriade di società partecipate che hanno prodotto solo debiti e poltrone. Invece di creare le condizioni per trattenere i giovani e attrarre investimenti, hanno alimentato un sistema di assistenzialismo che ha reso il Sud sempre più dipendente dai trasferimenti statali. La miopia delle classi dirigenti regionali meridionali emerge con chiarezza dall’analisi delle scelte compiute in questi decenni. Anziché puntare su infrastrutture strategiche, ricerca, innovazione e formazione di qualità, si è preferito distribuire risorse a pioggia, spesso seguendo logiche elettorali più che criteri di efficienza economica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un tessuto produttivo asfittico, un’imprenditoria locale spesso schiacciata dalla burocrazia e dalla concorrenza sleale, un mercato del lavoro che offre prevalentemente occupazioni precarie e sottopagante. Come stupirsi se i giovani più brillanti guardano altrove?
Le conseguenze economiche e sociali
A voler esser obiettivi con noi stessi, dobbiamo ammettere che lo spopolamento del Mezzogiorno non è solo un problema demografico; è qualcosa di molto più grave, perché siamo di fronte ad una catastrofe economica e sociale. Interi settori produttivi rischiano di scomparire per mancanza di manodopera qualificata. I servizi pubblici essenziali – dalla sanità alla scuola – faticano a garantire standard minimi di qualità in territori sempre meno abitati. Il fenomeno alimenta inoltre gravi squilibri territoriali: mentre alcune aree metropolitane del Centro-Nord soffrono di sovraffollamento e costi della vita insostenibili, il Sud si spopola lasciando inutilizzato un patrimonio immobiliare e paesaggistico di inestimabile valore. Il tempo delle mezze misure è finito. Serve una rivoluzione copernicana nel modo di governare il Mezzogiorno. Le Regioni meridionali devono abbandonare definitivamente logiche assistenziali e clientelari per abbracciare politiche di sviluppo innovative e competitive. Bisogna investire massicciamente in infrastrutture digitali, ricerca applicata, formazione specialistica legata alle esigenze del territorio. Serve semplificare drasticamente la burocrazia, attrarre investimenti internazionali, creare le condizioni per far nascere e crescere imprese innovative. A questo proposito sarebbe il caso di istituire una nuova Agenzia per il Mezzogiorno, che sottragga competenze alle Regioni e si coordini direttamente con lo Stato e con l’Europa. Senza un cambio di passo radicale, il Mezzogiorno è destinato a diventare un museo a cielo aperto, bellissimo ma vuoto. Un destino che l’Italia non può permettersi, perché significherebbe rinunciare a una parte fondamentale della sua identità e delle sue grandi potenzialità di sviluppo.
Michele Rutigliano