Sono passati abbastanza sotto silenzio i clamorosi risultati elettorali del Texas da tempo enorme feudo di Donald Trump e con il cuore tutto a destra, persino tra i democratici.
Trump ha perso circa 35 punti in percentuale un po’ dappertutto. In uno degli stati del profondo sud conservatore americano. 35 punti formati dalla somma dei 17 con cui egli aveva sopravanzato i democratici poco più di un anno fa e gli altrettanto in più andati, questa volta, agli avversari. Una debacle clamorosa che vale più di mille sondaggi.
Segnale gravissimo se lo si aggiunge alle sconfitte registrate alla fine dell’anno scorso in tutte le votazioni da una costa all’altra degli Stati Uniti. A livello di elezioni suppletive per alcuni importanti seggi al Congresso, di significativi posti di governatori e di sindaci di grandi e piccole città – . È la fine del trumpismo? Sta passando “a nuttata”? per dirla alla Edoardo de Filippo?
E’ ancora troppo presto per parlare di una sfaldatura completa dell’espressione di un fenomeno tuttora presente nella società statunitense. E la cui intensità spiega come mai Donald Trump sia riuscito a tornare alla Casa Bianca dopo essere stato sostituito da Joe Biden, dopo l’assalto a Capitol Hill e dopo quattro anni- da sconfitto – passati soprattutto a rintuzzare in tribunale accuse di ogni genere. Il primo Presidente a cui sono state prese le impronte digitali dalla polizia federale e sempre il primo a subire una condanna penale senza, però, essere costretto a consumare i pasti di un carcere sotto il cielo scacchi. A dispetto di tutti e di tutto ha – dopo oltre cento anni – eguagliato il record di Grover Cleveland: Presidente sconfitto, ma ricandidato, vinse la sua terza campagna elettorale restando l’unico, fino ai giorni nostri, ad ottenere due mandati non consecutivi ( dal 1885 al 1889, poi, dal 1893 al 1897).
Donald Trump ha catalizzato tutta l’America insoddisfatta ed impaurita. Soprattutto quella degli stati agricoli centrali e del sud conservatore, se non razzista e reazionario. Ha messo insieme evangelici, cattolici tradizionalisti, ebrei più sostenitori dell’Israele di Netanyahu; operai con finanzieri ultra miliardari; ispanici che pur sapevano bene come egli fosse intenzionato ad espellere in maniera indiscriminata molti loro compatrioti giunti come loro in America da clandestini o giù di lì. Aveva promesso l’America Grande ancora una volta, ricchezza per tutti e la ripresa alla grande del cammino della locomotiva economica più potente del Pianeta. Soprattutto, aveva assicurato la pace nel mondo: nel giro di 24 ore dopo una sua telefonata con Putin. Un’America insomma che pensava ai fatti propri ed esclusivamente impegnata a difendere il possesso della cima della vetta dell’economia mondiale. Più posti di lavoro, consumi assicurati a prezzi accessibili e tranquillità in un mondo cui gli americani pensano di avere dato molto, se non troppo.
Il rovesciamento di fronte tanto profondo in corso nell’opinione pubblica, confermato con continuità da tutte le elezioni tenute negli ultimi mesi, non può trovare altra spiegazione nel fatto che le sue promesse non sono state mantenute. E allora gli viene fatto pagare anche ciò che per un anno e più gli era stato perdonato. La crudeltà con cui si pratica la “remigration” – cioè l’espulsione forzata di immigrati irregolari – finita per colpire indiscriminatamente anche chi è diventato nel frattempo un regolare cittadino. La Ice – l’Agenzia preferita, trasformata a propria immagine e somiglianza, praticamente una milizia personale sua e del Vice J.D. Vance, riempita di soldi più che ogni altra per espellere fino a due milioni di persone – è andata oltre misura: ha ucciso due veri americani di troppo.
Sul fronte internazionale lo hanno lasciato fare fino a quando non ha toccato gli alleati europei in una maniera considerata sbagliata dai rappresentanti di interessi di una parte significativa della stessa economia americana. I dazi contro ciò che viene dall’Europa – ma pure il danno ai prodotti di largo consumo, e a buon mercato, di marca cinese o dei paesi del Sud est asiatico – hanno causato più guai che vantaggi. E le sventure per l’economia reale non sono stati certo compensati dalla capitalizzazione della Borsa di Wall Street.
E’ da un pezzo che Trump è rimasto impigliato nella torbida storia del finanziere pedofilo Epstein. Eppure, adesso sembra fargli male molto più che prima. Anche il modo di gestire la diffusione di documenti e di foto scabrose in possesso delle autorità federali controllate da suoi fedelissimi non lo ha aiutato ad allontanare sospetti ed insinuazioni. Paradossalmente, sembra come se le cose siano state gestite da un suo nemico, invece che da fedelissimi, per procurargli più danni possibile. Non c’è ancora niente di concretamente perseguibile a suo carico, ma, al tempo stesso, circola l’impressione che, invece, ci sia già il tutto necessario a farlo condannare, almeno moralmente, da una parte crescente dei suoi stessi sostenitori o di quelli che, almeno, lo hanno votato sulla base di un sentimento morale e religioso. Non è messo molto bene insomma. Basterebbe la sconfitta delle prossime elezioni di “midterm” anche in una sola camera del Congresso per avviarci verso l’ultimo capitolo della straordinaria avventura vissuta dal signor Trump?
Certo, resta il problema del “profondo” dell’America. Con il grosso rischio che chi ha combattuto, e subito finora, il trumpismo non faccia tesoro della lezione già disponibile da tanto tempo. Da quando cioè anche il cosiddetto movimento “liberal” è finito in crisi e non ha saputo fornire a quella sua crisi, ed alla intera società americana, una risposta organica e riconoscibile. Possiamo dire che più di una rivincita dei democratici si stia assistendo ad una sconfitta del loro nemico? Se è significativa la ripresa in atto a livello locale, infatti, boccheggiano ancora i vertici nazionali del Partito democratico. Non hanno ancora ben metabolizzato la debacle di tredici mesi orsono. Non è ancora scoccata l’ora delle prossime presidenziali ma possiamo forse spingerci a dire che i democratici sono ancora personaggi in cerca d’autore?
In ogni caso, nel resto del mondo, in particolare in Europa, il giudizio è già stato formulato da tempo nella piena indifferenza da parte di Trump. Ma indifferenti non possono esserlo coloro che sulla sua carta hanno puntato in maniera decisiva il proprio futuro. Giorgia Meloni ne è un esempio evidente. Eppure, sente che qualcosa non funziona e fa di tutto per dire e non dire. E quando lo dice aspetta 36 o 48 ore. Soprattutto, credo, o almeno lo voglio sperare, che ella sia in grado di capire che potrebbe passare i tempi bui. Ed ecco allora che è fondamentale farlo svogliatamente, ma farlo, il passetto sempre dietro all’Europa. Perché non si sa mai …
Giancarlo Infante