Affido all’attenzione dei lettori un estratto della parte conclusiva del mio lavoro editoriale, in fase di elaborazione “Un Cristiano per il bene della comunità Luigi Sturzo”: un diario delle sue memorie, accompagnato da un commento dell’autore d’ispirazione manzoniana, “il cantuccio dell’autore”.
Alla fine degli anni ’50, nell’esaminare le grandi trasformazioni in atto nei vari settori dell’economia Luigi Sturzo riteneva fondamentale che per avere risultati positivi a lungo termine esse dovevano basarsi sull’armonia dei fattori produttivi, sulla responsabilità del patronato e sullo spirito di collaborazione delle classi lavoratrici.
«Tutto ciò poteva avvenire solo da una fondamentale concezione morale della società, senza debolezze e senza privilegi; in uno Stato dove l’organizzazione giudiziaria è al di sopra e al di fuori del potere politico; dove i partiti non usurpano i poteri del Parlamento e questo non cede di fronte ai ripieghi degli interessi particolari dei governanti. E’ possibile realizzare una società così concepita? Sì, a due condizioni: la rigida educazione religiosa familiare e scolastica della gioventù, la vigile attenzione del cittadino nella pubblica amministrazione». Per un benessere che non nascesse dalla sfrenata corsa verso gli indefiniti traguardi di un’economia spregiudicata, ma dalla «interiore moralità delle leggi economiche».
Per queste ragioni in linea con la tradizione del cattolicesimo sociale ribadiva la necessità di partire dal CENTRO.
DAL “DIARIO DELLE MEMORIE” 30.4.1959. Su Il giornale d’Italia: “Sinistra e destra, centro e…dintorni”.
IL VERO CENTRO
«Occorre partire dal vero centro che unisce e dà personalità propria, come avvenne con il partito Popolare e la prima DC di De Gasperi : “sarebbe un gran vantaggio se, invece di batterci per la sinistra o per la destra o per il centro cominciassimo a parlare dei fatti: politica internazionale, quella del Patto Atlantico e della Nato, politica economica, quella di mercato con i correttivi necessari, compresa la legge anti-monopoli privati e pubblici; quella scolastica basata sulla libertà di scelta fra scuola pubblica e privata; quella interna , piantata innanzitutto sulla moralizzazione; quella amministrativa, ripigliando lo smantellamento degli enti inutili, superflui, deficitari…Noi abbiamo bisogno di stringere i freni delle spese improduttive, basate sulle responsabilità dirette degli amministratori e degli azionisti; attività produttive private che, se sfruttate con abilità tecnica e sensi di responsabilità, daranno ottimi frutti» Per realizzare questi obiettivi – partendo dal vero centro- era necessario intervenire su tre fronti: la riforma del sistema elettorale; il tesseramento dei partiti; la necessità di uno Stato di diritto.
SULLA RIFORMA DEL SISTEMA ELETTORALE
«Fino a che non si modifica la legge elettorale per arrivare a formare una maggioranza omogenea, sia di uno solo, sia di più partiti coalizzati, il parlamento repubblicano andrà sempre perdendo quota sia nella pubblica estimazione dei cittadini sia nella opinione estera, perché impotente ad esprimere da sé un governo che non abbia i giorni contati o che per reggersi non debba cedere ai ricatti dei collaboratori presenti o dei finti collaboratori futuri, nonché degli avversari apparenti che contrattano i voti con i favori, segreti i voti e segreti i favori» (L. Sturzo, Speranze e auguri, Edizioni Politica Popolare pp. 67-68 ) .
SUL TESSERAMENTO DEI PARTITI
«La partitocrazia è spaventosamente immorale perché proviene da manovre e alchimie di tesseramenti “riservati” e di congressi “prefabbricati” in cui il trionfo dei mestieranti della politica e dei professionisti dell’attivismo è troppo facile e troppo dannoso. Questi, infatti, giunti in maniera tanto disonesta e impudente ai gangli dell’organizzazione del partito, fanno presto a passare ad altri gangli dell’organizzazione statale e parastatale agognano ed elargiscono posti di governo e sottogoverno creando una fitta rete di ricatti e clientelismi che distruggono la libertà e la personalità, una vischiosa catena di correzione e di scandali» (L. Sturzo, Speranze ed auguri, pag.80).
PER UNO STATO DI DIRITTO.
«L’unione dell’economia e del potere nelle stesse mani fu concepita in termini di dittatura, da Bismark a Hitler in Germania, dallo zar ai comunisti in Russia, in termini di democrazie borghesi e libere prevalentemente industrializzate nella Gran Bretagna e negli Stati Uniti; a carattere misto nell’impero austro-ungarico come nell’impero e nella Repubblica francese… Quel che poteva correggere l’immoralità, che ne doveva scaturire, era proprio la concezione di uno Stato di diritto che precisasse, via via, i limiti delle attività economiche, di tipo pubblico e di tipo privato; sfrondasse i monopoli privati e rendesse impossibili i monopoli pubblici; garantisse i diritti correlativi dei fattori di produzione: capitale e lavoro, e ne coordinasse le aspirazioni di classe di un dinamismo economico e politico sano…
E’ possibile realizzare una società così concepita? Sì, ma a due condizioni: l’educazione religiosa familiare e scolastica della gioventù, la vigile attenzione del cittadino sulla pubblica amministrazione. L’aspirazione a una morale comune e rispettata è connaturale all’uomo; la concezione di una morale dell’economia deriva non dal rispetto della personalità umana, dall’interiore moralità delle leggi economiche, se bene concepite e rispettate… il valore di un popolo e il merito di un governo sarà quello di provvedervi in tempo e di formare quelle zone di solidarietà umana e cristiana dove si sentirà meglio il calore di una moralità dalla carità cristiana». (Luigi Sturzo, da “Via Aperta”, 10. agosto.1959).
PERCHE’ PARTIRE DAL CENTRO?
“Per noi- afferma Sturzo- il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo…vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto del nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro” (Luigi Sturzo in “Popolo nuovo” del 26 agosto 1923 ). Sturzo crede soprattutto ad un sistema elettorale proporzionale, che favorisca la governabilità del paese, la rappresentatività delle linee politiche e delle tradizioni culturali e il rispetto dei luoghi di elezione; nel rifiuto totale della partitocrazia spaventosamente immorale.
Al centro “ma in alto” (riprendendo un’espressione di Don Primo Mazzolari), guardando ai valori da attuare e al bene comune che è bene concreto di persone. “L’aggettivo cristiano non indica l’idea di uno stato confessionale, né di un regime teocratico. Indica invero un principio di moralità: la morale cristiana applicata alla vita pubblica di un paese” ( in “l’Italia”, 3 novembre 1951).
Sturzo fu il primo in Italia a tradurre in termini pratici la “Dottrina Sociale della Chiesa”. La missione del cattolico in ogni attività umana, politica, economica, scientifica, artistica, tecnica, è tutta impregnata di ideali superiori perché in tutto ci si riflette il divino; e che in nome dei principi della nostra Costituzione pone nel giusto equilibrio la giustizia, la misericordia, le leggi e i diritti umani, la solidarietà e i valori di giustizia. In grado di garantire in collaborazione con altre forze politiche quello che lui definisce “Lo Stato di diritto”, che precisasse, via via, i limiti delle attività economiche, di tipo pubblico e di tipo privato; sfrondasse i monopoli privati e rendesse impossibili i monopoli pubblici proponendo un’economia sociale che al paternalismo centralista si sostituisca l’operosità delle reti intermedie.
Papa Francesco ci ricordava che la lezione di don Luigi Sturzo non deve essere dimenticata, “soprattutto in un tempo in cui è richiesto alla politica di essere lungimirante per affrontare la grave crisi antropologica”. L’importanza del lavoro e della pace, sono valori che “si basano sul presupposto che il cristianesimo è un messaggio di salvezza che si incarna nella storia, che si rivolge a tutto l’uomo e deve influire positivamente sulla vita morale sia privata che pubblica”.
In relazione agli ultimi avvenimenti della mia Sicilia che mi lasciano amareggiato riporto quanto scrive don Luigi Sturzo nel 1959, in occasione dei suoi 87 anni.
LA SICILIA SOPRAFFATTA DALLA PARTITOCRAZIA E DALLE SUE TARE ATAVICHE
“Non ho titolo specifico per parlare ai siciliani, tranne i miei 87 anni compiuti e la mia attività nei più svariati campi della religione, della cultura, della politica e dell’amministrazione.
Non pretendo di essere ascoltato, né seguito; ho provato tutto nella mia vita: l’esaltazione e il dispregio; la fiducia e l’oblio, anche oggi, che, a parte il contributo che posso dare al lavoro legislativo in Senato, credo di servire in modo speciale il paese nel campo giornalistico e culturale, non pretendo di trovare un seguito che sorpassi i consensi del lettore assiduo e forse già convinto per conto suo di quanto io scrivo. Pure, in un momento assai tormentato per i miei contemporanei, reputo doveroso non mancare all’appello, se non altro come rinnovata testimonianza di solidarietà e di affetto a quell’isola che ci rende, o dovrebbe renderci, uniti, non nell’isolamento geografico, né in quello politico e culturale, ma nelle speranze di bene, nelle attività di lavoro, nel progresso morale e materiale, nel desiderio, anche se ambizioso, di portare la Sicilia al più alto livello fra le regioni italiane e contribuire ad affermarla, quale dovrebbe essere. perla del Mediterraneo.
«Il Mezzogiorno può risorgere: il Mezzogiorno sta risorgendo, come può risorgere e sta risorgendo la Sicilia e la nostra consorella, la Sardegna; questa la riposta dei fatti, pur in mezzo ad errori, incomprensioni, esagerazioni. Ci vogliono: uomini, tempo, organizzazione, tecnicità, mezzi adeguati, perseveranza. Gli uomini non mancano; purtroppo non pochi fra noi mancano di preparazione, sono improvvisatori, diffidenti, presuntuosi, discontinui. Perché i meridionali fuori delle loro regioni, siciliani compresi, riescono a prendere posizioni importanti, divenendo centro di iniziative notevoli, superando forti competitori, affermandosi pur in mezzo a gravi difficoltà? Vexatio da tintellectum : messi alle strette, obbligati al rischio, sanno fare molto meglio fuori del loro ambiente, nel quale il provincialismo, la limitatezza dei mezzi, la sfiducia reciproca, la critica dei fannulloni, l’oppressione dei mafiosi, l’intrigo dei profittatori rendono difficile le iniziative e contestabili i piani audaci e generosi.
Forse mancano iniziative valide in Sicilia e nel Mezzogiorno? no; siamo denigratori di noi stessi; svalutiamo il bene che invidiamo; ignoriamo quello che sanno fare gli altri, perché riesce rimprovero alla nostra incapacità di volere. I siciliani chiamati a costituire e governare la Regione, presero, fin dai primi giorni, l’aria di volere ricopiare il Parlamento e il Governo Nazionali; si attribuirono compensi pari a quelli dei deputati e dei senatori di Roma; mostrarono una larghezza pomposa e allo stesso tempo vennero meno alla dovuta regolarità dell’amministrazione, alla fermezza della disciplina, alla rigida responsabilità legislativa e attiva. Errori questi della prima attuazione del nuovo istituto (come quelli che sono capitati alla Repubblica Italiana dal 1946 in poi); pur avendo approvato (Stato e Regioni) leggi utilissime, adottato criteri savi e attuato equilibrati interventi. Ma sopravvenne la crescente e opprimente partitocrazia che dal centro alla periferia ha infettato la nazione, compresi gli enti locali e le nascenti regioni; la Sicilia ne fu sopraffatta, anche per certe tare ataviche che persistono nelle nostre vene. Chi legge…la storia siciliana nelle sue fasi medievali e moderne, trova la stessa piaga delle divisioni dei siciliani di fronte al potere esterno, non importa se papale o valoisiano, se aragonese o asburgese, se borbonico o savoairdo. La Regione invece di tenere due o tre mila impiegati più o meno senza titolo…ne tenga solo mille, ma contribuisca ad avere mille tecnici, capi azienda specializzati, professori eminenti, esperti di prim’ordine. Solo così la Regione vincerebbe la battaglia per oggi e per l’avvenire, sarebbe così benedetta l’autonomia da noi vecchi e dai giovani, i quali ultimi invece di chiedere un posticino nelle banche o fra le guardie carcerarie, sarebbero i ricercati delle imprese industriali agricole e commerciali nazionali ed estere. Scuole serie, scuole importanti, scuole numerose, scuole che insegnano, anche senza diplomi al posto di scuole che danno diplomi e certificati fasulli…E’ vero: sono un ottimista impenitente, anche di fronte ad una oscura situazione…(L. Sturzo, Appello ai Siciliani, edizioni politica popolare, Napoli, pp.18-24 )
IL CANTUCCIO DELL’AUTORE
Tre settimane prima della sua morte su “Il Giornale d’Italia” il 21 luglio 1959, rivolto ai suoi amici: «Guardate bene ai pericoli delle correnti organizzate in seno alla D.C.: si comincia con le divisioni ideologiche, si passa alle divisioni personali, si finisce con la frantumazione del partito». Sentendo che la fine si avvicinava, volle vedere un suo discepolo, Marcello Rodinò, allora Presidente della Rai. “Noi-scrive Gabriele De Rosa- ci avvicinammo al suo letto e ci accolse piangendo. L’apertura a sinistra fatta da Milazzo in Sicilia lo aveva sconvolto. Ci disse: «Povera Sicilia mia, povera Italia mia! Ora la mafia diventerà più crudele e disumana, sarà lungo tutta la penisola e forse si porterà anche oltre le Alpi».
A chiusura di questo libro- dedicato in particolare ai giovani- emerge come una verità inconfutabile la lunga riflessione di Don Sturzo sulle speranze che devono accompagnare ogni nuova generazione del Mezzogiorno: “la consapevolezza che come siciliani abbiamo capacità, intelligenza e valori che possiamo mettere in campo” a patto di riuscire a risvegliarci da quel sonno atavico di cui parla Tommasi di Lampedusa. Sogno o utopia? Perché non guardare ed ispirarci a due figure luminose della realtà siciliana: Luigi Sturzo e Giorgio la Pira?
Nino Giordano