Il Sudan è, da troppo tempo, il paradigma di una tragedia geopolitica che il mondo osserva con intermittente attenzione, salvo poi relegarla ai margini dell’agenda internazionale. Eppure, quanto sta accadendo sulle rive del Nilo non rappresenta soltanto l’ennesima guerra civile africana, bensì uno dei più complessi conflitti del XXI secolo, nel quale si intrecciano le fratture della storia coloniale, la competizione per le risorse strategiche, le rivalità regionali e le nuove logiche della guerra globale. Ridurre la crisi sudanese al confronto armato tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), comandate da Mohamed Hamdan Dagalo, universalmente noto come “Hemetti”, significa fermarsi alla superficie di un dramma che affonda le proprie radici ben oltre il 15 aprile 2023, data d’inizio dell’attuale guerra aperta.
La storia del Sudan indipendente è, in larga misura, la storia di uno Stato mai realmente compiuto. Nato nel 1956 dal ritiro dell’amministrazione anglo-egiziana, il Paese ereditò confini disegnati secondo criteri coloniali che racchiudevano al loro interno una straordinaria pluralità di identità etniche, linguistiche e religiose. Arabi e africani, musulmani, cristiani e animisti, popolazioni nomadi e comunità agricole vennero compressi entro un medesimo contenitore istituzionale senza che esistesse un autentico progetto nazionale capace di integrarli. Le guerre civili che attraversarono il Sudan per oltre mezzo secolo non furono dunque semplici ribellioni periferiche, bensì la manifestazione di una crisi strutturale dello Stato, incapace di costruire un equilibrio tra il centro politico di Khartoum e le vaste periferie del Darfur, del Kordofan, del Nilo Azzurro e dell’antico Sudan meridionale, destinato infine a separarsi nel 2011 con la nascita⁹ del Sud Sudan.
In questo quadro si inserisce la lunga stagione del regime di Omar al-Bashir, salito al potere nel 1989 attraverso un colpo di Stato e rimasto alla guida del Paese per trent’anni. Il suo governo rappresentò una sofisticata architettura di controllo politico fondata sul principio del divide et impera: anziché rafforzare le istituzioni statali, Bashir moltiplicò i centri di potere militare, creando e armando milizie parallele affinché nessuna forza fosse sufficientemente autonoma da rovesciarlo. Da questa logica nacquero le famigerate milizie Janjaweed, protagoniste delle campagne di sterminio in Darfur all’inizio degli anni Duemila, accusate di crimini contro l’umanità e di pulizia etnica. Proprio da quella matrice sorsero successivamente le RSF, formalmente integrate nell’apparato statale ma progressivamente trasformatesi in un esercito autonomo, dotato di proprie fonti di finanziamento, proprie relazioni diplomatiche e propri interessi economici.
La caduta di Bashir nel 2019 sembrò aprire una stagione nuova. Le straordinarie mobilitazioni popolari che avevano attraversato Khartoum e le principali città del Paese alimentavano la speranza di una difficile ma possibile transizione democratica. Quella speranza venne però rapidamente soffocata. L’alleanza tra Burhan ed Hemetti, costruita per impedire il consolidamento del potere civile, si trasformò presto in una competizione mortale. Due uomini cresciuti all’interno dello stesso sistema finirono per contendersi l’eredità dello Stato, trascinando il Sudan nella più devastante guerra della sua storia recente.
Ma il conflitto non può essere spiegato soltanto attraverso le ambizioni personali dei due generali. Il Sudan occupa una posizione geografica che lo rende uno dei cardini strategici dell’intero continente africano. Il controllo del Nilo costituisce il primo elemento di questa centralità. Attraverso il territorio sudanese scorrono sia il Nilo Bianco sia il Nilo Azzurro, le cui acque rappresentano una questione esistenziale per l’Egitto e un fondamentale strumento di potenza per l’Etiopia. La costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam ha modificato profondamente gli equilibri regionali, alimentando tensioni diplomatiche che vedono Khartoum oscillare tra le pressioni contrapposte del Cairo e di Addis Abeba. Chi controlla il Sudan influenza inevitabilmente il delicatissimo equilibrio idrico dell’intero Nord-Est africano.
A ciò si aggiunge la proiezione sul Mar Rosso, oggi uno dei principali teatri della competizione geopolitica mondiale. Le rotte commerciali che collegano il Canale di Suez all’Oceano Indiano transitano lungo una delle arterie marittime più importanti del pianeta. Port Sudan, finora relativamente risparmiata dai combattimenti, rappresenta il principale sbocco commerciale del Paese e un nodo logistico di enorme rilevanza strategica. Non sorprende quindi che potenze regionali e globali osservino con estrema attenzione ogni possibile evoluzione politica lungo questa fascia costiera.
Anche il sottosuolo sudanese contribuisce ad alimentare la guerra. L’oro costituisce oggi una delle principali fonti di ricchezza del Paese e, al tempo stesso, uno dei maggiori fattori di instabilità. Le miniere, concentrate soprattutto nel Darfur e nelle regioni occidentali, sono in larga parte sottratte al controllo statale. Le RSF hanno costruito una consistente parte del proprio potere economico proprio attraverso il controllo dell’estrazione aurifera e delle reti di esportazione, che consentono di aggirare il sistema bancario internazionale e di finanziare autonomamente l’apparato militare. Accanto all’oro, pur in misura inferiore rispetto al passato, rimangono rilevanti le prospettive legate agli idrocarburi e alle infrastrutture energetiche, particolarmente dopo la secessione del Sud Sudan, che ha separato la maggior parte dei giacimenti petroliferi dagli oleodotti e dai terminali d’esportazione rimasti nel territorio sudanese.
Ogni guerra civile tende inevitabilmente a internazionalizzarsi quando il valore strategico del territorio supera la dimensione nazionale. Il Sudan ne rappresenta un caso emblematico. L’Egitto considera le Forze Armate Sudanesi un interlocutore naturale, sia per la tradizionale cooperazione militare sia per la convergenza sulla questione del Nilo. L’Arabia Saudita, interessata alla stabilità del Mar Rosso e alla sicurezza delle proprie rotte commerciali, tenta di mantenere un ruolo di mediazione pur perseguendo una propria agenda strategica. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati più volte indicati da numerosi osservatori internazionali e da rapporti delle Nazioni Unite come uno dei principali canali attraverso cui le RSF avrebbero ottenuto sostegno logistico, economico e militare, accuse che Abu Dhabi respinge con decisione. L’Etiopia, impegnata nelle proprie tensioni interne e nelle dispute di confine con il Sudan, osserva il conflitto con inevitabile preoccupazione strategica. La Libia, frammentata tra autorità rivali e attraversata da una miriade di gruppi armati, costituisce invece uno spazio di transito per uomini, armi e traffici illeciti che alimentano ulteriormente l’instabilità del Sahel.
Le guerre contemporanee non si combattono più soltanto con eserciti regolari. Esse si alimentano attraverso reti transnazionali di mercenari, intermediari finanziari, trafficanti e compagnie di sicurezza private. In Sudan sono stati documentati combattenti provenienti da numerosi Paesi africani e arabi, mentre diverse inchieste giornalistiche e rapporti delle Nazioni Unite hanno segnalato anche la presenza di ex militari colombiani reclutati come mercenari, fenomeno ormai ricorrente in molte guerre contemporanee per la disponibilità di personale altamente addestrato disposto a operare per compensi elevati. La loro presenza testimonia come il mercato globale della violenza sia ormai una componente stabile dei conflitti moderni.
La domanda decisiva rimane allora: chi paga questa guerra? La risposta non può essere univoca. Le SAF continuano a beneficiare delle residue strutture dello Stato, delle entrate doganali e di consolidate relazioni internazionali. Le RSF, invece, si sostengono attraverso un sistema economico parallelo che comprende il controllo delle miniere d’oro, reti commerciali transfrontaliere, contrabbando, tassazione dei territori occupati e il sostegno, diretto o indiretto, di attori esterni interessati a mantenere un proprio spazio d’influenza. Come accade sempre più spesso nei conflitti contemporanei, il finanziamento della guerra è frammentato, opaco e distribuito lungo una filiera globale nella quale interessi economici, geopolitici e criminali finiscono per sovrapporsi.
Nel frattempo, il costo umano assume proporzioni apocalittiche. Le città di El Fasher e Al-Obeid sono divenute simboli di una violenza che trascende ogni logica militare. Ad El Fasher, capitale storica del Darfur Settentrionale, gli assedi hanno provocato bombardamenti indiscriminati, carestia e massacri contro la popolazione civile, mentre le comunità non arabe continuano a essere oggetto di persecuzioni sistematiche che evocano le tragedie del Darfur dei primi anni Duemila. Ad Al-Obeid, crocevia fondamentale del Kordofan, gli scontri hanno distrutto infrastrutture civili essenziali e aggravato una crisi umanitaria già devastante. Ovunque si moltiplicano le denunce di esecuzioni sommarie, stupri sistematici, pulizie etniche, reclutamento di bambini soldato e deportazioni forzate. La guerra sudanese non distingue più tra obiettivi militari e popolazione civile: il terrore è diventato esso stesso uno strumento di governo del territorio.
Eppure, mentre il Sudan sprofonda in una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo, il conflitto continua a occupare uno spazio marginale nel dibattito occidentale. La guerra in Ucraina, la crisi mediorientale, la competizione tra Stati Uniti e Cina e le tensioni nell’Indo-Pacifico hanno progressivamente oscurato una tragedia che coinvolge milioni di sfollati, centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette e il rischio concreto di una definitiva dissoluzione dello Stato sudanese.
La lezione che emerge da questa vicenda è tanto semplice quanto inquietante. Il Sudan non è il teatro periferico di una guerra dimenticata, ma uno specchio nel quale si riflettono le trasformazioni della geopolitica contemporanea. Qui convergono la crisi dello Stato postcoloniale, la privatizzazione della guerra, la competizione per le risorse naturali, il controllo delle vie commerciali e la rivalità tra potenze regionali. Le battaglie combattute tra Khartoum, il Darfur e il Kordofan non riguardano soltanto il destino di un popolo martoriato; esse raccontano il modo in cui il potere si ridistribuisce nel XXI secolo. Comprendere il Sudan significa allora comprendere una parte essenziale del nuovo disordine internazionale, dove le guerre non esplodono improvvisamente, ma maturano lentamente nell’intreccio tra storia, geografia, economia e ambizioni di potenza. E forse è proprio questo il motivo per cui il conflitto sudanese continua a essere così poco raccontato: perché, più che un’eccezione, rappresenta ormai la regola di un ordine mondiale sempre più frammentato, nel quale la pace non coincide più con l’assenza delle armi, ma con il precario equilibrio di interessi destinati, prima o poi, a entrare nuovamente in collisione.
Edoardo Almagià