Nel terzo episodio di “Diario di cittadinanza: “Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane”, il Podcast della SVIMEZ, Marcello Veneziani offre una riflessione spiazzante e controcorrente sul Mezzogiorno contemporaneo. In poche parole, sostiene che il Sud, in questi ultimi anni, è stato completamente cancellato dal dibattito pubblico. Non un atto d’accusa rituale, né l’ennesima invocazione di risarcimenti storici, ma una constatazione più radicale e forse più inquietante: sul Sud, negli ultimi anni, è calato un silenzio quasi assoluto. Un silenzio che riguarda la politica nazionale, le istituzioni territoriali, il dibattito culturale e persino l’immaginario collettivo. Il Mezzogiorno, sostiene Veneziani, non è più al centro di una “questione nazionale”. Non divide, non interpella, non mobilita. È diventato una periferia muta, evocata solo in occasione di emergenze, statistiche negative o rappresentazioni stereotipate. E questo silenzio – avverte – è più grave delle narrazioni distorte del passato: quando non si parla più di un luogo, significa che lo si considera irrilevante.

Una politica senza visione: il Sud fuori dall’agenda nazionale

La critica di Veneziani investe anzitutto il Governo centrale, colpevole – a suo giudizio – di aver rinunciato a una visione strategica sul Mezzogiorno. La politica nazionale appare ripiegata su un orizzonte corto, prevalentemente elettorale, incapace di immaginare il Sud come leva di sviluppo e non come problema da amministrare.Ma il punto più duro dell’analisi è un altro: il Sud non è più nemmeno terreno di scontro politico. Non è più al centro di grandi narrazioni, di progetti-paese, di idee forti. È diventato una variabile secondaria, un capitolo marginale nei documenti di programmazione, spesso affidato a misure tecniche, incentivi frammentari, fondi senza racconto.Da qui la domanda che Veneziani pone in modo diretto e quasi provocatorio: chi parla oggi a nome del Sud? Chi ne interpreta bisogni, aspirazioni, destino? L’assenza di una risposta credibile è il segno più evidente di questo silenzio.

Regioni meridionali: autonomie senza voce e senza progetto

Ma l’analisi non risparmia le regioni del Mezzogiorno, chiamate in causa con altrettanta severità. Secondo Veneziani, il silenzio sul Sud non è solo imposto dall’alto, ma è anche autoindotto. Le classi dirigenti regionali e locali appaiono spesso chiuse in una gestione amministrativa del presente, incapaci di esprimere una visione culturale e politica autonoma. Le regioni, dotate oggi di ampi poteri, non sono riuscite a trasformare l’autonomia in leadership. Hanno amministrato fondi, negoziato risorse, ma raramente costruito un racconto condiviso del futuro meridionale. Così il Sud resta senza voce non solo a Roma, ma anche a Napoli, Bari, Palermo, Catanzaro. Il risultato è una rappresentanza debole, frammentata, spesso subalterna. Un Sud che non si racconta più e che, non raccontandosi, scompare dal discorso pubblico nazionale.

Identità smarrite, giovani in fuga e la sfida della “tornanza”

Il silenzio istituzionale si intreccia, nella lettura di Veneziani, con una crisi più profonda: quella dei legami comunitari. In un tempo in cui siamo “più contemporanei che conterranei”, il Sud perde popolazione, soprattutto giovane, e con essa memoria, energie, futuro. Da qui il tema centrale della “tornanza”: non nostalgia, ma possibilità concreta di ritorno. Veneziani insiste su priorità chiare – infrastrutture, scuola, università, cultura – senza le quali ogni appello al rientro resta retorico. Senza condizioni materiali e simboliche, il Sud continua a svuotarsi e a tacere. Il messaggio finale è netto: il Mezzogiorno non ha bisogno di essere compatito, ma di essere nuovamente pensato. Finché resterà avvolto nel silenzio, non sarà né figlio del suo tempo né del suo luogo, ma soltanto una terra sospesa, fuori dalla storia e dal futuro.

Michele Rutigliano

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