È cosa nota sia tra i presidenti di Regione che tra i politici, non esclusi quelli dell’area di governo, benché non riescano ad ammetterlo per disciplina di partito. La frammentazione della sanità in 19 regioni e 2 province autonome è un problema serissimo. Non ha avvicinato la sanità ai bisogni dei cittadini, in compenso ha acuito le differenze tra i territori. Il passaggio dal Servizio sanitario nazionale a quello regionale non ha mai tenuto conto delle sperequazioni createsi sulla base della spesa storica e oggi il divario è drammatico. Siamo nell’ottica delle disuguaglianze profonde.

Più che assecondare i disastrosi processi autonomistici su cui solo alcune Regioni del nord insistono, bisognerebbe ritornare all’impianto originario, a quel Servizio sanitario nazionale che non pochi liberisti hanno tentato di demolire. In tempi di ristrettezze economiche e di distrazione di fondi verso gli armamenti anziché verso la spesa sociale, è pura utopia. Occorrerebbe una politica forte, con una visione chiara del Paese e un’idea di sanità pubblica che oggi manca. Ha perciò ragione il Presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro nell’invocare un’azione di tutto il Consiglio regionale per far avviare una discussione con il governo e hanno torto coloro che, per ragioni elettoralistiche e di partito, pensano di sfilarsi. Perché la salute non è un tema di destra o di sinistra, ma un diritto di ogni cittadino che meriterebbe lo sforzo di tutti.  Non è accettabile la polarizzazione politica o il calcolo elettorale.

I problemi della sanità pubblica non sono solo di gestione, è l’intero modello che non funziona. Per cui sarà sempre difficile eliminare l’indebitamento delle Regioni. Neppure il nord è al riparo da questi aspetti. Non si dimentichi che il maggior numero di morti per Covid si è avuto in Lombardia e nelle regioni del nord. Un caso? No, probabilmente una sopravvalutazione del modello assistenziale.

Sarebbe auspicabile, invece, rimettere mano all’assistenza sanitaria delineando un modello assistenziale unico per tutto il Paese e superando gli attuali livelli essenziali di assistenza che sono un bluff in un sistema diseguale. Si dovrebbe, altresì, riflettere su un unico contratto di lavoro che contempli tutta la dirigenza medica, dagli ospedalieri a quelli di medicina generale, superando il rapporto in convenzione e creando le premesse per un processo di mobilità dei medici ospedalieri verso la medicina generale, in modo da portare l’esperienza ospedaliera a casa del malato con benefici anche per i bilanci pubblici.

Pasquale Pellegrini

Pubblicato su Corriere del Mezzogiorno

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