Non è troppo tardi per sviluppare un’economia blu sostenibile e rispettosa degli oceani, ma serve agire con determinazione. Così il direttore della sezione Oceanografia dell’Istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica sperimentale di Trieste Cosimo Solidoro immagina – visto il tema di quest’anno della Giornata mondiale degli oceani, “Reimagine” – il nostro rapporto con questa vasta distesa d’acqua.
L’Unione europea stanzia 92 milioni sull’iniziativa OceanEye, di cui 50 per rafforzare il sistema globale di osservazione. C’è più attenzione sul tema?
“Osservare gli oceani non è semplice, perché una parte ricade sotto le giurisdizioni nazionali e un’altra invece, al di fuori di questa governance, richiede lo sforzo di gestirla insieme. Inoltre, con il disimpegno degli Usa dal Global Ocean Observing System, si perde della capacità osservativa. Con questa iniziativa congiunta, l’Ue chiama gli Stati membri a fare la propria parte. Ciascuno infatti deve contribuire sia con le risorse che mettendo in campo un’attività che sia efficace e coordinata con quella altrui”.
Quali sono i principali risultati delle osservazioni più recenti?
“In negativo, il fenomeno El Niño. Quando si verifica, una parte dell’oceano diventa molto più calda e questo ha importanti ripercussioni, come siccità in alcune zone e uragani in altre. Inoltre, di recente uno studio ha affermato che la probabilità che corrente oceanica atlantica denominata Atlantic meridional overturning circulation stia rallentando sia superiore al 50%. Finora la comunità scientifica non aveva sufficienti evidenze per dire se stesse avvenendo o meno”.
Cosa comporterebbe, se rallentasse?
“L’Amoc comprende la corrente del Golfo del Messico, quella che porta umidità e aria calda verso la Norvegia. Anche quest’ultima rallenterebbe, con la conseguente diminuzione della sua capacità di mitigazione del clima. Si avrebbe un significativo raffreddamento di Norvegia, Islanda e Groenlandia”.
Gli oceani sono ancora molto inquinati o sono più puliti?
“Ovunque andiamo a cercare qualche inquinante, anche nei posti più incontaminati, lo troviamo. Ne stiamo rinvenendo di nuovi, detti ‘emergenti’, che vanno dalle medicine ai PFAS, composti chimici industriali resistenti alla degradazione ambientale. Il mix di tutte queste cose insieme, oltretutto, ha degli effetti. I cambiamenti non si vedono a occhio nudo, perché l’oceano è grande e richiede tempi lunghi – ma anche per i miglioramenti ci vorrà tempo”.
A gennaio è entrato in vigore il Trattato sull’alto mare, quadro giuridico per la protezione e la condivisione delle risorse nelle aree marine fuori giurisdizione nazionale. Cosa cambia adesso?
“Una grande vittoria, finalmente i Paesi che lo hanno ratificato potranno assumersi le loro responsabilità anche in termini di gestione e protezione. Bisogna dire che la pesca e lo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie sono rimaste fuori dal quadro, per cui dovremo capire quanta forza avrà per trasformare il proprio potenziale in una reale volontà. Non possiamo ripetere gli errori commessi sulla terra, dove la natura è sfruttata per le nostre necessità e c’è molto inquinamento. Siamo ancora in tempo per sviluppare un’economia blu diversa”.
Il tema della Giornata mondiale degli oceani di quest’anno, “Reimmagina”, ci invita a cambiare il nostro rapporto con queste distese d’acqua. In che modo, secondo lei?
“Alle ultime Conferenze Onu sugli oceani sta emergendo una forte dimensione etica, con i concetti di equità sociale e giustizia. Lo sviluppo ci deve essere, ma in armonia con l’ambiente. Si parla sempre più di diritti della natura e dell’oceano non come risorse, ma per la dignità intrinseca di un vivente al di là del valore economico. Il nuovo utilizzo deve essere quindi rispettoso dell’ambiente – e si può anche tornare indietro, mantenendo alcune zone al riparo da pesca e inquinamento per dare modo ai processi ecologici di riprendersi”.
Intervista realizzata da Lorenzo Cipolla e pubblicata su www.interris.it